“Il divo”, un ritratto incerto e sospeso
Il film su Giulio Andreotti, diretto da Paolo Sorrentino, ha ottenuto il Premio della Giuria al Festival di Cannes di Massimo Giraldi
Proveniente dal Festival di Cannes, dove ha ottenuto il Premio della Giuria, è nelle sale “Il divo”. Diretto da Paolo Sorrentino, il film parla in modo esplicito di Giulio Andreotti, presente in Parlamento dal 1948. In particolare, dal varo (e rapida fine) del suo settimo governo nell’aprile 1992 al processo di Palermo, dove fu rinviato a giudizio per associazione mafiosa. I titoli di coda ricordano il verdetto di assoluzione che concluse quella lunga fase processuale.
E, arrivati alla fine, ci si chiede quale motivazione abbia spinto il regista a occuparsi di una persona, tuttora vivente, della quale è già stato detto tutto e il suo contrario. La scelta di stile più evidente è quella della costruzione di un universo del “potere”, che richiede fermezza, equilibrio, capacità reattive, forte tensione interiore per essere mantenuto saldo e costante. A ciò riconducono atteggiamenti, gestualità, ambienti bui, rapporti familiari, colori marcati, luci soffuse, camminate notturne. La metafora del potere è quella della solitudine, del nemico da tenere a distanza, del rimorso da sopportare.
Il regista è bravo a costruire un mosaico di stravolta e impossibile convivenza tra coscienza individuale, responsabilità collettiva, scelte dolorose tra bene e male. Accumula però troppo materiale, confonde denuncia con caricatura, toglie respiro al dramma. Così il ritratto del “Divo” resta incerto e come sospeso nel vuoto.
1 giugno 2008