“Il falsario”, recupero della microstoria

Di produzione austriaco-tedesca, diretto da Adolf Burger, il film è ambientato in un campo di sterminio di Massimo Giraldi

Da qualche anno l’obiettivo del rapporto cinema-storia ha cominciato a spostarsi da nomi e avvenimenti «grandi» a episodi «minori» finora trascurati. È il recupero della microstoria, nella cui ottica si inquadra “Il falsario”, un film di produzione tedesco-austriaca ora in uscita nelle sale.

La cornice è quella, drammatica, della seconda guerra mondiale e, di più, quella tragica dei campi di concentramento tedeschi. Salomon Sorowitsch, famoso falsario d’arte, viene arrestato come detenuto comune nel 1939 e portato a Mathausen. Di origine ebreo-russa, rimane a lungo prigioniero fin quando nel 1944 viene trasferito a Sachsenhausen. Qui i nazisti convogliano alcuni internati «esperti» per dare il via a una operazione di contraffazione: stampare sterline e dollari falsi, metterli sul mercato e destabilizzare il nemico. Vengono prodotti 134 milioni di sterline, e il lavoro termina solo con l’arrivo degli alleati nel maggio 1945. Questi eventi sono stati ricostruiti da Adolf Burger, un testimone diretto, un signore di 90 anni dallo sguardo vispo ma triste.

Il film, diretto da un regista austriaco, è incisivo e coinvolgente, asciutto, serio e mai retorico. Ubbidire e salvare la pelle o boicottare il nemico? Il dilemma si agita durissimo, dando vita a pagine inquiete e commoventi. Dolore, rabbia, paura, l’incubo dei lager, il sollievo alla fine. La microstoria non va dimenticata.

28 gennaio 2008

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