Il film di Genovesi, divertente ma fragile

Nella commedia “Il peggior Natale della mia vita”, il clima è surreale e disincantato. I problemi veri restano fuori, lontani e quasi impalpabili. Lo spettacolo rimane godibile, se non ci si aspetta più di tanto di Massimo Giraldi

La commedia italiana del terzo millennio non ha perso la capacità di osservare la realtà e offrirne uno sguardo stralunato e deformato. Ma ha lasciato per strada, rispetto ai modelli di un passato forse troppo glorioso, l’obiettivo di intervenire sul quotidiano con quell’ironia graffiante e un po’ irriverente che dava forza e nerbo ai non dimenticati esempi degli anni Cinquanta/Sessanta. Ne è un esempio “Il peggior Natale della mia vita”, in uscita nelle sale.

È abitudine ormai acquisita del cinema contemporaneo quella di esprimersi attraverso sequel, prequel, spin off, e via elencando, purché la storia poggi su alcuni elementi già acquisiti. Dice il regista Genovesi: «Il finale del precedente titolo “La peggior settimana della mia vita”, (2011) era stato lasciato volutamente aperto, avevamo tutti voglia di proseguire, di ritrovarci per dare vita a un’altra impresa e per fare un po’ i cretini tra noi». Così è stato, bisogna dire. Mancano tre giorni a Natale. Giorgio, sua moglie Clara, la figlia Margherita, incinta di nove mesi, arrivano alle pendici del Monte Rosa, invitati nel castello appena acquistato da Alberto, scampato a una grave malattia. Alberto pensa di lasciare a Giorgio, già suo vice, il comando dell’azienda. Nessuno ha ancora fatto i conti con l’arrivo di Paolo, marito di Margherita. Dal momento in cui mette piede in casa, comincia una serie interminabile di guai. Nel ruolo di Paolo, Fabio De Luigi continua a provocare una serie ininterrotta di «azioni maldestre, gaffe e situazioni assurde che coinvolgono tutti i presenti nel castello».

Gli altri personaggi, che di volta in volta lo incrociano, reagiscono in modo stupito, arrabbiato, esagerato. Insomma tutto compone il quadro di una comicità dissonata e un po’sgangherata, certo in molti passaggi divertente ma forse poco reinventata. La «balordaggine» di Paolo risulta a lungo andare fin troppo sottolineata e meno efficace, anche quando si inoltra in modo palese nei territori del non sense. La totale dilatazione dei tempi cronologici unita alla sostanziale unità di luogo (il castello in Val d’Aosta) creano le premesse per un racconto affidato a una dialettica semplice e serrata, a situazioni divertenti ma a dire il vero del tutto svincolate dalla «verità».

Il clima è surreale, disincantato, i problemi veri restano fuori, lontani e quasi impalpabili. L’operazione è simpatica e gradevole, ma il risultato è quello di un prodotto leggero, fragile, che non punge e non incide: in linea appunto con l’attuale commedia italiana di generose e limitate ambizioni. Spettacolo godibile senza aspettarsi più di tanto.

26 novembre 2012

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