Il “Macbeth” di Lavia e il disagio di oggi
All’Argentina per il Teatro di Roma, fino al 29 aprile, torna il dramma di Shakespeare, vero «delirio di pazzi» con rimandi al contemporaneo di Toni Colotta
Se l’opera di William Shakespeare è nel teatro quanto di più aperto alle interpretazioni dei significati, “Macbeth” forse porta il primato nella varietà di «letture» che registi e attori hanno messo in scena. Eppure nella sua struttura è, sì, tragedia intensa ma con scarsi sviluppi drammaturgici.
L’assassinio spietato del re di Scozia, Duncan, da parte di Macbeth, istigato dalla moglie lussuriosa e ossessionato dalle streghe; poi il rigurgito di coscienza che si accompagna alla follia e alla eliminazione dei colpevoli. Ebbene su questo «noir» e sulla sua «morality» si sono arrovellati gli interpreti con modalità diversissime. Chi ha buona memoria cinematografica ricorderà una bella edizione di e con Orson Welles. Vent’anni fa Gabriele Lavia (dopo gli exploits clamorosi di Bene e Gassman) ne diede con la Guerritore una visualizzazione delirante.
E «delirio di pazzi» è la filigrana del suo ritorno su questo testo sfuggente. All’Argentina per il Teatro di Roma, da mercoledì 15 al 29 aprile. Ma l’approccio di Lavia, regista e attore nel ruolo centrale, allarga il senso del racconto, lo emblematizza: Macbeth «è un uomo condannato alla paura di perdere ciò che ha raggiunto col suo “fare” e che vive nella ambigua incertezza di essere qualcosa e non essere mai nulla con certezza». Il contesto scenico, come è stato annunciato, rimanda visibilmente a un disagio nostro contemporaneo.
14 aprile 2009