«Il matrimonio di Tuya» e il valore della famiglia

L’intensa pellicola, che proviene dalla Mongolia, ha vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino del febbraio scorso di Massimo Giraldi

Merita di essere segnalato, in questo fine settimana, «Il matrimonio di Tuya». Il film proviene dalla Mongolia e ha vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino del febbraio scorso. Un meritato trampolino di lancio per una storia insieme aspra e poetica, dolorosa ma non rassegnata. La storia è quella di Tuya che, nonostante due figli piccoli e un marito invalido per un infortunio sul lavoro, non vuole lasciare il grande terreno da pascolo e le cento pecore che rappresentano la loro fonte di vita. La donna si sacrifica, ma senza un uomo valido accanto il futuro appare incerto. La soluzione sarebbe quella di divorziare, e prendere un nuovo marito in salute. I pretendenti ci sono, ma Tuya rifiuta l’idea di abbandonare il padre dei suoi figli. Una soluzione forse non c’è. Il regista è bravo a disegnare con pochi tocchi il dilemma morale della donna, stretta tra le dure necessità del quotidiano e il richiamo degli affetti. Il vento della Mongolia spazza le illusioni del compromesso. La verità è nel rispetto reciproco, nel nucleo familiare che soffre e ama tutto insieme. Esempio encomiabile di un cinema asciutto, essenziale, pieno di palpitante umanità.

11 giugno 2007

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