Il nuovo Bertolucci tra realtà e metafora

Dopo diversi anni di silenzio il regista oggi 71enne propone in “Io e te” un percorso tra sentimento e politica, che chiama a provare emozioni forti legate all’atto rivoluzionario del diventare adulti di Massimo Giraldi

Autore tra i più inquieti e rigorosi della «nouvelle vague» italiana anni ‘60, impostosi con titoli esplosi tra acutezza descrittiva e scandali ben calibrati (Ultimo tango a Parigi, 1972; Novecento, 1976), reso celebre nel mondo da Hollywood con i 9 premi Oscar a L’ultimo imperatore, 1987, Bernardo Bertolucci era fermo da The dreamers, 2003. Poi sono arrivate la malattia e la conseguente, forzata immobilità. «Tra il 2006 e il 2007 – ricorda – avevo accantonato ogni progetto. Poi due anni fa Ammaniti mi ha portato Io e te. Dopo la lettura ho avvertito come affascinante l’idea di trasformare l’apparente claustrofobia di una cantina in una forma di claustrofilia, amore per il chiuso».

È un atteggiamento che, legandosi al suo ultimo film, crea le premesse per una continuità tematica tenue e insieme precisa. I giovani nel ciclone della Parigi sessantottina allora, tra politica, provocazione, voglia di trasgressione; e ancora giovani oggi, di due generazioni (lei 23, lui 14) vicine ma già distanti. Lui, Lorenzo, si prepara a partire per la settimana bianca, ma in realtà ha deciso di nascondersi nella grande cantina all’insaputa di tutti, chiudere i rapporti con l’esterno e restare un po’ con se stesso. Lei è Olivia, la sorellastra quasi mai vista, ribelle e irrequieta, in urto con il mondo, in cerca di equilibrio e dedita alla droga. Un incontro imprevisto, uno scontro aspro che diventa a poco a poco comprensione e condivisione. Con nuove, inattese prospettive. La famiglia (allargata) dei due ragazzi è luogo di frizioni e incomprensioni ma non genera più ribellione.

Dopo un inizio alquanto timido, si direbbe che Bertolucci proceda ad un progressivo avvicinamento dei due sguardi, il proprio e quello di Lorenzo. La sovrapposizione è stimolante e ricca di sfumature. Lavorando su un copione che durante la lavorazione si è allontanato molto dal romanzo originario (la ragazza, ad esempio, muore…), il regista compone il diario di una fugace cronaca del disamore contemporaneo: dove la voglia di indipendenza dell’adolescente e la sfida esistenziale della ragazza ai grandi intorno a lei diventano il tessuto di un umanesimo corrucciato eppure impavido, desideroso di costruire un nuovo futuro. L’occhio di Bertolucci, oggi 71enne, osserva un percorso tra realtà e metafora (i vestiti anni trenta della vecchia padrona dell’appartamento; il cinismo della vendita «nuda proprietà»…), tra sentimento e politica, che accarezza psicologie e oggetti, chiamandoci a provare e riprovare emozioni, dolori forti, antichi e nuovi. Da vedere per riflettere su come il crescere e il diventare adulti sia anche oggi, come e forse più di ieri, un atto «rivoluzionario» che chiede apertura e disponibilità. Per rispetto verso il dono della vita.

29 ottobre 2012

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