Il patriarca copto: «Pregare per la pace»

Intervista al cardinale egiziano Antonios Naguib: «Affermiamo l’importanza di basare la nostra vita su valori condivisi con i musulmani, come arricchimento reciproco» di Laura Badaracchi

Patriarca di Alessandria dei copti, il cardinale egiziano Antonios Naguib ci teneva molto a visitare per la prima volta la piccola comunità dei fedeli che da due anni si riunisce a Sant’Andrea del Vignola, guidata da padre Farid Kamal Ghebral. Nel pomeriggio di domenica 23 gennaio, poco prima di tornare al Cairo – dove nel giro di pochi giorni la situazione politica sarebbe deflagrata fino alle gravi conseguenze riferite in questi giorni dai media –, Naguib ha potuto coronare il suo desiderio: una cinquantina di famiglie egiziane immigrate per lavoro nella Capitale ha accolto il suo pastore, che aveva già incontrato due volte i cattolici copti presenti a Milano. Cordiale, accogliente con quello stile tipicamente mediorientale che cura con attenzione le relazioni umane, il porporato racconta la sua missione in Egitto e presso le comunità in diaspora.

Può delineare il profilo dei copti cattolici a Roma?
Si tratta in prevalenza di famiglie giovani; molti lavorano in ristoranti e pizzerie, per questo la Messa domenicale viene celebrata alle 16, consentendo a chi fa i turni nei locali a pranzo o a cena di partecipare. Un’ora prima della liturgia, si incontrano i gruppi per la formazione e la catechesi. Registriamo la presenza di molti bambini e di ragazzi diciottenni; i genitori emigrano alla ricerca di lavoro e di un futuro migliore, conducendo una vita piena di sacrifici, sia a Roma che a Milano, dove le famiglie sono circa 150. Una situazione che ho riscontrato anche a Parigi e a Bruxelles; per questi fedeli rappresento un riferimento spirituale e liturgico.

Il fenomeno dei matrimoni misti è frequente?
Certamente, sia tra cristiani di diverse confessioni – ad esempio, tra copti cattolici e ortodossi -, sia tra cristiani e musulmani. Ma al di fuori dei Paesi arabi questo fenomeno non crea eccessivi nodi culturali e religiosi. Da noi se un cattolico vuole sposarsi con una ortodossa deve ricevere nuovamente il battesimo; i teologi stanno studiando il modo per superare questo problema molto sentito, visto che praticamente tutte le nostre famiglie sono miste.

Quali le altre comunità di migranti in diaspora?
Voglio precisare che non abbiamo diocesi in Occidente; i cappellani delle nostre comunità sono nominati ufficialmente dal vescovo della diocesi in cui risiede la comunità. Oltre a quelle europee, abbiamo tre comunità e due in formazione negli Stati Uniti, due in Canada, poi a Beirut e in Kuwait. Tutti emigrano per lavoro: nessuno ha mai lasciato l’Egitto per motivi religiosi; in genere tutti hanno il permesso di soggiorno e nel Paese di destinazione non hanno mai problemi con i connazionali ortodossi e musulmani. So che a Roma c’è un ottimo rapporto con i fratelli ortodossi, molti numerosi nella città.

E in Egitto?
Siamo comunque una minoranza, numericamente parlando: circa 250mila cattolici, di cui 240mila copti, appartenenti a sette Chiese di altrettanti diversi riti, dalla latina alla greco-melkita, dall’armena alla caldea, dalla siriaca alla maronita. Il nostro rito è chiamato anche alessandrino.

Si è appena conclusa la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani…
Esistono legami di amicizia molto visibili e forti tra noi e i fratelli delle altre confessioni cristiane, in particolare gli ortodossi, che si esprimono attraverso visite reciproche e ovviamente con la preghiera: l’unità della Chiesa non è opera nostra e occorre prepararle il terreno con più amore e accettazione reciproca. Oltre al dialogo ufficiale tra le Chiese, poi, è importante puntare sulla formazione dei ragazzi a scuola, sulla comunicazione corretta e sulla predicazione dei capi religiosi, per evitare le derive del fondamentalismo.

Puntare sulle nuove generazioni significa costruire un futuro di pace, più che mai auspicabile dopo l’attentato dello scorso Capodanno ad Alessandria d’Egitto, in cui sono rimasti uccisi 23 copti ortodossi…
Deploriamo questo attacco, strumentalizzato da gruppi di estremisti che secondo me sono stati guidati strategicamente da qualcuno fuori dall’Egitto, anche se questo attentato non sarebbe successo se non ci fossero piccole fazioni e gruppi di esecutori all’interno del nostro Paese. Anche il governo ne soffre, perché questi sanguinosi episodi mirano a creare destabilizzazione. Tuttavia mi preme chiarire che non si può assolutamente parlare di persecuzione dei cristiani, anzi: sono state adottate drastiche misure per assicurare la sicurezza nelle chiese. Ma non si potranno adottare questi sistemi per sempre, perché si trasformerebbe l’Egitto in uno Stato militarizzato. Domenica scorsa in tutte le chiese cattoliche egiziane è stato letto un mio appello alla calma, a pregare per la pace, con l’obiettivo di creare una corrente di apertura tra cristiani e musulmani, in uno spirito di cooperazione e rispetto dell’altro».

Molti i valori comuni su cui basare il dialogo?
Siamo una piccolissima comunità in Egitto e all’estero, non abbiamo grandi strutture né una presenza visibile, ma affermiamo l’importanza di basare la nostra vita su valori condivisi con i musulmani, come arricchimento reciproco: dall’avvertire la presenza di Dio nella quotidianità, al ricorso continuo alla preghiera, fino allo stile di accoglienza e di ospitalità nelle relazioni.

31 gennaio 2011

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