In marcia per non dimenticare la deportazione dell’ottobre 1943

Sant’Egidio e Comunità ebraica insieme per ricordare il rastrellamento di oltre mille persone. Il sindaco Alemanno: «Un’infamia del fascismo» di Mariaelena Finessi

«Shalom, pace». Mentre le migliaia di persone gli scorrono accanto, in silenzio, lui si alza dal tavolo della cena e applaude ai passanti: «Shalom». L’uomo, vestito di bianco, è un anziano tedesco. Consuma il pasto all’aperto, in uno dei tanti ristorantini di via della Lungaretta, nel quartiere Trastevere a Roma. Gli altri commensali restano seduti. Lui, invece, rende omaggio a quegli ebrei che il 16 ottobre del 1943, durante l’occupazione della Capitale, furono catturati dai nazisti, rastrellati in gran parte nel Ghetto, e deportati a Birkenau. Accenna un applauso intanto che la processione – accompagnata dalle note di Schindler’s List, la colonna sonora dell’omonimo film – continua a scorrere, in questa domenica 12 ottobre, da piazza Santa Maria in Trastevere fino alla Sinagoga. Nel luogo in cui 1.024 persone, esattamente 65 anni fa, vennero fatte salire sui camion e condotte verso i campi di concentramento.

È la marcia organizzata insieme, come ormai dal 1994, dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Comunità ebraica di Roma per ricordare quel tragico evento. «Perché ricordare è rivivere – dice don Matteo Zuppi, parroco di Santa Maria in Trastevere –. Non si tratta di spolverare una foto ingiallita ma di ascoltare il dolore, la domanda di quelle mille persone». Perché è potuto accadere? «Ci fu indifferenza – spiega – e in quel giorno apparvero evidenti i frutti di quanto era stato seminato e tollerato». Già, la tolleranza. Matrice d’ogni male, come quando furono tollerate, perché ritenute innocue, le tristemente note “leggi razziali” emanate 70 anni fa. «Un’infamia del fascismo – denuncia il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, dal palco allestito dietro la Sinagoga –, non l’unica ma la più grave poiché quelle leggi, isolando la comunità ebraica, furono l’anticamera della deportazione». Andarono così «a tagliare la carne viva della società italiana separando ciò che la storia, fin dal Risorgimento aveva unito nell’appartenenza alla patria comune». «Come sindaco di questa città – ha aggiunto infine – mi inchino alla memoria di quel tragico ottobre 1943, una ferita che resta nel cuore di Roma e non potrà essere dimenticata».

Ed è proprio la possibilità della dimenticanza ciò che spinge a ritrovarsi qui. «La lotta per la libertà – spiega Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane – non è mai vinta per sempre». Il pericolo è che tutto possa ripetersi, magari non nelle stesse forme ma certamente perché mossi dalle stesse motivazioni, «il disprezzo della vita umana». E «allora attenti», avverte il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, anch’egli presente alla marcia, «non chiudiamo gli occhi». «E sulle grandi questioni come emergenza economica e razzismo – l’appello è di Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica romana –, lavoriamo uniti». La memoria, altrimenti, gli fa eco il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, «non avrebbe senso se da essa non traessimo un insegnamento». I «nostri maestri – continua Di Segni – spiegano che gli esseri umani lavorano tutta la vita per guadagnarsi l’Olam ha-Ba, il posto futuro, ma ci sono delle volte in cui un essere umano mostra in un’ora tutta la propria grandezza, compiendo dei gesti talmente grandi da valere quelli di un’intera esistenza». «Dopo la morte della democrazia in questo Paese – ha commentato in ultimo Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio – e dopo quel 16 ottobre 1943, molti capirono che cosa avesse significato lasciar discriminare la comunità ebraica, ma era troppo tardi. In un mondo in cui tutto si cancella rapidamente c’è un senso profondo nel ritrovarsi e che ci fa riscoprire la comune umanità».

13 ottobre 2008

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