Juan de la Cruz, quando la parola diviene Amore

Arriva la nuova traduzione, firmata da Stefano Arduini, del “Càntico espiritual” del fondatore dei Carmelitani scalzi di Marco Testi

Quando ci troviamo di fronte al “Càntico espiritual” di Juan de Yepes y Alvarez, divenuto poi, da carmelitano, Juan de la Cruz (Giovanni della Croce), non possiamo non meravigliarci di come ad ogni lettura esso ci dia motivi di nuovi spunti. Anche oggi, leggendolo nella nuova traduzione di Stefano Arduini, ci capita di subire una fascinazione probabilmente dovuta al fatto che assistiamo ad uno di quei momenti privilegiati in cui il verso diviene la cosa stessa, e non copertura estetica di contenuti.

Lo stesso Arduini coglie giustamente nel suo studio introduttivo il senso di questa confluenza tra parola e abisso indicibile. La divinità non può essere detta, nella sua radicale vastità, che per negazioni, o usando l’apparato retorico, che il sedicesimo secolo metteva a disposizione di Juan, ma stravolgendolo e rendendolo capace di aprirsi «all’abisso della alterità indicibile del divino». Il collaboratore di Santa Teresa d’Avila e fondatore dei Carmelitani scalzi (che tra l’altro dovette subire una durissima reclusione per la sua attività riformatrice) nel Cantico usa le parole del suo tempo, ma avendo presente soprattutto Cantico dei Cantici e Salmi. In questo modo la poesia sponsale e unitiva è quella dell’amore terreno che intuisce la propria inadeguatezza, e, dolorosamente, si sporge verso il modello assoluto, che travalica e supera la mera carnalità, per divenire il tutto, l’unione indicibile e trasformatrice, perché nell’amore si diviene anche l’altro, si entra nell’altro. La bellezza cui aspira la sposa non è una dimensione estetica, ma è la radice di ogni bellezza e perfezione.

È davvero incredibile vedere come sotto i nostri occhi l’amore sponsale si trasformi, attraverso un apparato retorico, in altro, in sprofondamento in una diversa dimensione. Questa è la radice della vera poesia, questa è l’eco della perfezione primigenia che di quando in quando si affaccia tra le cose del mondo e lascia intravedere lampi di assoluta bellezza, da Dante a Baudelaire. Si prenda una strofa come la seguente: «E quelli che attorno vagano/ di te mille grazie van raccontando,/ e più così mi piagano,/ e mi fa poi morire/ un non so che di cui vanno balbettando». Dell’amore assoluto non si può dire, ma solo balbettare. Juan si mette da questo punto di vista sulla stessa linea dei grandi mistici come Eckhart o Tauler, che arrivano quasi all’afasia di fronte all’impronunciabile natura divina. Ma in Juan esiste la vocazione amorosa, che permette l’avvicinamento all’amato, proprio perché essa è presente nel cuore, e non ha bisogno di rappresentazioni razionali per essere spiegata a se stessi. Solo quando ci si rivolge all’esterno (in questo caso, ad una comunità di Carmelitane scalze), allora questa pulsione inarrestabile ha bisogno di essere detta, ma non spiegata, perché nulla è più lontano da essa delle parole della ragione.

“Cantico Spirituale, di Giovanni della Croce”, Città Nuova, 291 pp., 16 euro

30 giugno 2009

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