“La Città dei ragazzi”: Affinati al crocevia tra le generazioni
Lo scrittore romano racconta la sua esperienza di insegnante nella comunità fondata dal sacerdote John Carroll-Abbing di Andrea Monda
«Mi occupo degli errori compiuti da uomini della mia generazione, recitavo come un mantra prima di venire qui. Gli adolescenti che ho di fronte potrebbero essermi figli, osservavo». Con la solita scarna efficacia, Eraldo Affinati ha espresso in queste due righe il senso del suo ultimo romanzo ma, anche, della sua intera opera narrativa. In qualche modo infatti “La città dei ragazzi”, fonte di quella citazione, è il libro verso il quale i precedenti dell’autore romano tendevano. Se in “Campo di sangue”, “Un teologo contro Hitler” e “Secoli di gioventù” la ricerca di Affinati s’era concentrata sugli errori degli uomini del ’900, su chi l’ha preceduto, ora con questo intenso romanzo Affinati si pone come al crocevia delle generazioni, tra XX e XXI secolo, tra passato e futuro e guarda, come un padre, i figli che gli è toccato in sorte allevare.
Non si comprende questo romanzo, peraltro scritto in una lingua semplice e avvincente, se non si entra nella vita di questo scrittore italiano, cinquantenne, tra i più dotati e vivaci della sua generazione. Come e più di quelli precedenti, è un libro autobiografico, dove il confine tra vita e scrittura si fa così sottile da sbiadire e confondersi, forse perché, come gli dice tacitamente con lo sguardo Kabil, «la scrittura non basta». Kabil è uno dei tanti abitanti della Città dei ragazzi, comunità fondata alle porte di Roma dal sacerdote irlandese John Carroll-Abbing alla fine della seconda guerra mondiale per dare una casa, una seconda opportunità ai tanti ragazzi dispersi e abbandonati. Una vera e propria città auto-organizzata dai ragazzi che eleggono un sindaco, battono moneta (gli scudi) e vivono la difficile avventura della convivenza libera e democratica.
In questa scuola, diventata l’approdo per ragazzi provenienti da mondi «estremi» (afgani, marocchini, kosovari, moldavi, rumeni, algerini…), opera come docente da diversi anni anche Affinati che proprio a questi «figli adottivi» ha voluto dedicare la sua ultima fatica letteraria. Ma chi legge questo libro si rende conto che è molto più di un mero omaggio: in queste pagine l’autore si è messo in gioco come mai in precedenza; raccontare le vite dei suoi «figli» lo ha portato a raccontare la sua vita di figlio, il rapporto difficile col padre e la sua famiglia d’origine. È un libro-confessione, che ha il sapore di una resa dei conti; è valido per “La città dei ragazzi” quello che si è detto per “Foglie d’erba” rispetto a Whitman: chi tocca questo libro tocca un uomo. Leggendo questa intensa galleria di ritratti di giovani si ha la sensazione di leggere il «negativo» dell’ “Antologia di Spoon River” di Masters: lì il poeta si poneva di fronte alle lapidi dei morti e li ri-evocava riportandoli in vita, qui Affinati si pone all’inizio della vita di questi giovani che spinge nella grande avventura del mondo, perché, come ricorda la frase del teologo Teilhard de Chardin posta in esergo, «c’è un’opera umana da compiere».
“La città dei ragazzi”, Eraldo Affinati, Mondadori, 209 pagg., 17 euro
23 marzo 2008