La crisi della famiglia, “provocazione” per la Chiesa

In un convegno del Centro per la pastorale familiare la proposta di una rete di servizi sul territorio per accompagnare nella preghiera e non solo i nuclei familiari in difficoltà di Graziella Melina

La crisi economica attanaglia ormai le famiglie, e alimenta nuove povertà. Di pari passo dilaga ormai una «preoccupante emarginazione affettiva e culturale che le persone separate o divorziate sperimentano sempre più sulla propria pelle». Di fronte a questa situazione «drammatica» la comunità cristiana non può rimanere indifferente ma ha il compito di intervenire, accogliendo e accompagnando le famiglie in crisi. Un messaggio forte quello che è stato ribadito sabato 2 febbraio al Seminario Maggiore al convegno su “Famiglia in crisi: cosa fare?” promosso dal Centro diocesano per la pastorale familiare «per toccare con mano i vari problemi della famiglia e trovare un cammino per intervenire concretamente», come ha spiegato monsignor Paolo Mancini, segretario generale del Vicariato e responsabile della pastorale familiare in diocesi.

«L’incidenza della povertà relativa in Italia è davvero abnorme – ha ribadito monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana -. Su questa drammatica situazione pesa la condizione minorile: un minore su 4 è povero per una totale assenza di politiche pubbliche. La Danimarca, la patria delle coppie di fatto – ha poi rimarcato monsignor Feroci -, destina all’anno 1.517 euro procapite al sostegno della famiglia e dei figli minori. L’Italia, dove tutti parlano di famiglia – ha aggiunto con amarezza -, ne stanzia appena 261». Aumenta, così, nella società un «senso di insicurezza e sfiducia che invade anche la sfera affettiva e familiare». A ciò si aggiunge «un vuoto sia in termini di tessuto connettivo che di reti di protezione. I poveri spesso non conoscono i loro diritti, né le possibilità offerte dal territorio». E intanto dilagano nuove emergenze. «Un miliardo e 700mila persone dipendono dal gioco». Non solo, «i divorzi sono la più frequente causa di nuove povertà».

Ed è proprio nei confronti dei separati e dei divorziati che occorre rivolgere più attenzione. «Bisogna stare attenti alle storie reali, cercare di identificare le singole problematiche – ha sottolineato don Andrea Ciucci, del Pontificio Consiglio per la famiglia -. I documenti della Chiesa ci invitano a stare particolarmente attenti: ci sono storie, categorie, situazioni diverse e non si può e non si deve dire per tutti la stessa cosa. Queste persone continuano a essere parte della Chiesa, sono e rimangono cristiani in virtù della grazia di Dio». Deve crescere però «l’impegno della comunità cristiana ad accompagnarli». Il matrimonio, infatti, ha aggiunto don Ciucci, «non è un gesto privato, ma ha un rilievo anzitutto ecclesiale».

«Dobbiamo far sì che in diocesi nasca una rete di servizi, presenti sul territorio – ha rilevato quindi monsignor David Maccarri, collaboratore del Centro diocesano per la pastorale familiare e parroco di Sant’Angela Merici -. Non bisogna isolare il problema. Nelle emergenze la cosa più importante è compattarsi per affrontare con forza le problematiche». Di qui l’idea di «centri che possano accogliere, accompagnare queste famiglie e aiutare nella preghiera attraverso un cammino di fede». Spazi di ascolto e di sostegno da diffondere nelle parrocchie, in aggiunta ai servizi messi in campo da anni sul territorio, come hanno testimoniato gli interventi di Laura e Claudio Gentili, del centro Betania, di Enrica Cichi, responsabile del Consultorio familiare diocesano Al Quadraro, e poi ancora di don Stefano Tardani, assistente ecclesiastico di Famiglia Piccola Chiesa – Movimento dell’Amore familiare, e di Paola Menaglia dell’associazione Famiglie separate cristiane.

4 febbraio 2013

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