“La grande bellezza” della mondanità capitolina

Nella vicenda di Jep Gambardella lo strisciante nichilismo di una felicità col fiato corto accumulata come polvere tra le strade e i palazzi di una città in disfacimento di Massimo Giraldi

Ieri, 26 maggio, con la cerimonia di premiazione, il 66° Festival di Cannes è arrivato alla conclusione. Nel corso di questa settimana è stato presentato l’unico film italiano in concorso nella sezione principale. Uscito in contemporanea anche nelle sale italiane, “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino ha ottenuto convinti elogi e critiche più o meno velate: in linea con le inevitabili reazioni suscitate da una storia che non usa vie di mezzo, fluviale affresco della Capitale, luogo, si potrebbe dire in sintesi, di una sublime perdizione.

Di Sorrentino si era tornati a parlare nei giorni scorsi quando, in occasione della scomparsa del senatore Andreotti, si era ricordato “Il Divo”, il suo titolo del 2009 dedicato alla figura dello statista democristiano. Una biografia con tratti da inferno sulla terra, che qui sotto altre modalità sembrano tornare in primo piano. “La grande bellezza” dunque è quella di Roma. Forse, superato il mezzo secolo dall’uscita in sala (1961) e dalla Palma d’Oro vinta a Cannes da “La dolce vita” felliniana, i tempi erano maturi per un nuovo affresco sulla Roma contemporanea.

Al centro della vicenda si colloca Jep Gambardella (interpretato da Toni Servillo) arrivato a Roma a 26 anni, autore di un unico romanzo di grande successo, in seguito fermo da quaranta anni e ora nume tutelare della mondanità capitolina. Uno di quelli che passano la giornata alla ricerca della festa alla quale andare la sera. Intorno a lui si muove tutto il mondo del sistema «cultura/spettacolo/politica/affari/Chiesa». Tutti sembrano divertirsi ma la felicità ha il fiato corto. Il regista accarezza i contorni monumentali e museali della città con insinuante aderenza, da subito alternando scenari del sacro intinti nell’inchiostro con pagine profane intrise di decadente aggressività.

La «grande bellezza» in realtà nessuno l’ha trovata, quella di strade e palazzi langue nella polvere dei secoli che passano, affidati a nobili e custodi come larve e mummie invisibili. Sui terrazzi e dentro le ville, esseri umani in lotta tra loro si agitano, mossi solo (quasi) da edonismo e piacere sfrenato. Uno strisciante nichilismo corrode le menti, gela i cuori, la possibilità di salvezza è nella rinuncia o nella fuga. Realismo e simbolismo convivono oltre il necessario. Dentro il fascino visivo di molte sequenze si fa strada l’impressione di una scrittura sovraccarica e un po’ forzata. La bellezza alla fine diventa sinonimo di tristezza. Non è tutta Roma dunque ma uno spicchio di Roma, quello attraente, insinuante, seducente. Poi c’è anche qualcos’altro.

27 maggio 2013

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