La «guerra» di Valérie, un invito alla vita

Il film della regista e attrice Donzelli (foto), ispirato a una storia vera, racconta la vicenda di Romeo e Juliette che a 18 mesi dalla nascita del loro bambino scoprono che è affetto da un tumore al cervello di Massimo Giraldi

È frequente leggere, nei titoli di testa di un film, la frase «ispirato a una storia vera». Si tratta di una formula rivolta a prevenire, con una dichiarazione di intenti non richiesta, critiche e obiezioni al racconto. Il rapporto vita vera/vita inventata è, come sappiamo, più sfaccettato di una semplice premessa. Bisogna conservare sincerità anche nelle esigenze della finzione. Così prova a fare Valérie Donzelli regista e attrice francese, in “La guerra è dichiarata”, film da poco uscito nelle sale, rivolto a un utilizzo nei tempi lunghi per la drammatica attualità del tema che affronta.

Ecco la storia. A Parigi, Romeo e Juliette si conoscono e si innamorano. Adam, il bambino che nasce dal loro rapporto, quando compie 18 mesi mostra qualche squilibrio. Il verdetto degli esami clinici è terribile: tumore al cervello. Romeo e Juliette tuttavia non cadono nella disperazione, reagiscono, cercano i medici migliori, seguono le fasi delle operazioni chirurgiche. Così il momento critico viene superato, ed ecco Adam, ora 8 anni, sulla strada di una vita forse normale. Il fatto è autentico, Valérie Donzelli e Jeremie Elkaim lo hanno vissuto veramente, sulla propria pelle, sulla propria impreparata condizione etica. La Donzelli chiarisce: «Anche io avrei grosse difficoltà a definire il film. Non credo che si tratti di una commedia drammatica, né di un dramma, né di un melodramma. Col senno di poi, abbiamo pensato che fosse solo un film fisico intenso, vivo (…). Romeo e Juliette non sono per nulla preparati ad affrontare la guerra (della malattia) ma saranno sorpresi dalla loro capacità di portarla avanti e di diventare loro malgrado degli eroi». Alla domanda di Romeo: «Perché è toccato a noi?», Juliette risponde: «Perché noi ce la possiamo fare».

E questo magari non definisce un «genere» ma mette a fuoco un atteggiamento, disegna un pensiero: che è quello dell’energia mentale, della forza della concretezza, del guarire, del vivere, qui e ora. Il copione diventa così una cronaca dal vero, che non ha paura di virare nel (semi) favolistico, di far precedere l’asprezza dell’azione da voci «fuori campo», che ammantano la tensione di dolci umori che rimandano a Truffaut. E di sfociare in un contributo affidato alle canzoni, come un musical anni ’60. Lo zoccolo duro della vicenda resta nell’opporre a un evento di dolorosa emotività una reazione di secca razionalità (solo ammorbidita dalla preghiera che Juliette recita da sola, dopo il rifiuto di Romeo ad una invocazione comune). Ne esce un invito alla vita, tanto più intenso in quanto non condizionato da entusiasmi di altro tipo (i due, informa la voce, si sono poi separati) o da derive retoriche. Un film utile per avviare riflessioni.

25 giugno 2012

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