«L’arbitro», affresco su un’Italia vivace

Il regista, Paolo Zecca, cerca un tocco d’autore scegliendo il bianco e nero, conferendo maggiore rilevanza ai passaggi narrativi diluiti tra epico, grottesco e surreale di Massimo Giraldi

Per lunghi anni, a partire dal secondo dopoguerra, il cinema italiano è stato targato Roma. Nel senso che girare storie sul costume, sulle abitudini, sui modi di fare e di agire italiani voleva dire muoversi a Roma, fotografare anche l’altra Italia non romana purché si muovesse e agisse nelle atmosfere capitoline, spesso burocratiche, ministeriali, politiche. Poi le cose lentamente sono cambiate. Anche il resto d’Italia ha cominciato a essere presente, a farsi conoscere. Oggi si può dire che il cinema italiano abbia preso la buona abitudine di viaggiare in giro per la penisola, alla ricerca di realtà inedite. Eccone una in un film in uscita giovedì prossimo nelle sale.

Si tratta de L’arbitro presentato nei giorni scorsi alla Mostra di Venezia, esordio sul grande schermo di Paolo Zecca, regista già autore di numerosi cortometraggi. Proprio da uno di questi, dall’omonimo titolo, girato nel 2009, deriva la produzione di oggi. Siamo in Sardegna, campionato di calcio di terza categoria. L’Atletico Parabarile, al via della competizione, subisce come ogni anno pesanti sconfitte, soprattutto da parte del Montecrastu, squadra guidata dall’arrogante Brai, abituato a vessare i contadini dell’Atletico in quanto padrone riconosciuto delle campagne. L’improvviso ritorno dall’Argentina del giovane Matzutzi, abile calciatore, rovescia gli equilibri, e il Parabile comincia a vincere.

In parallelo si svolge la vicenda di Cruciani (Stefano Accorsi, nella foto), arbitro professionista, intenzionato a farsi designare per una grande finale europea. Deciso a tutto, accetta un’offerta di corruzione. Questi due segmenti narrativi si incontrano nel finale e vanno verso un’unica conclusione. Si tratta di un copione gradevole, favorito da una bella gestione degli spazi, calato in atmosfere suggestive e fortemente umorali. Il regista cerca un certo tocco d’autore nella scelta della fotografia in bianco e nero, che conferisce maggiore rilevanza ai singoli passaggi narrativi, diluiti tra epico, grottesco, ironico, surreale (ci sono canzoni e balletti improvvisi nel cuore della favola).

Ne risulta un patchwork di intrigante disordine, che il regista manovra con sciolta disinvoltura. Forse troppa, se è vero che i ritagli espressivi evidenti (territorio, uso del dialetto, antica/nuova guerra dei sentimenti tra uomini e donne) sono simpatici ma non diventano affresco di incisiva acutezza. Resta però un film curioso e originale, un occhio puntato su un’Italia minore e vivace, che merita l’attenzione dello spettatore.

9 settembre 2013

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