L’assurdo di Camus e il riscatto nel dolore

All’Eliseo il dramma “Il Malinteso” nell’edizione del Teatro Biondo di Palermo, su base registica di Pietro Carriglio di Toni Colotta

«“Il Malinteso” è certamente un dramma oscuro. L’ho scritto nel 1943, in un paese assediato e occupato, lontano da tutto ciò che amavo. Esso porta i colori dell’esilio. Ma io non credo sia un dramma senza speranza. Il dolore non ha che un modo di trascendere se stesso ed è di trasfigurarsi nel tragico». Usiamo le parole stesse di Albert Camus sul suo dramma problematico, ora che è rappresentato all’Eliseo. E ne parliamo una volta tanto in extremis (oggi ultima replica) scusandoci con il lettore. Che potrà valutare il nostro commento, se vuole, a futura memoria per una riproposta del dramma.

Il contenuto dell’opera, sappiamo, ha turbato più di uno spettatore. Il delitto meditato di madre e figlia, l’uccisione del «figliol prodigo» per poi suicidarsi chiamando in causa un Dio silente e distaccato, è duro da accettare anche vedendovi l’allegoria di un mondo senza pietà e del bisogno di fede. Ma per Camus è l’assurdo della condizione umana – la menzogna, la non comunicazione della verità che si porta in sé, il malinteso – che spinge alla «rivolta» e al riscatto attraverso la sofferenza. Sono questi i termini della tragedia antica che lo scrittore francese rivive nella modernità. E la cronaca nera dei nostri giorni rende attuale. L’edizione del Teatro Biondo di Palermo, magnificamente recitata sulla base registica di Pietro Carriglio, ha il merito dell’asciuttezza piena di senso.

16 marzo 2008

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