“Le voci di dentro” all’Argentina

Toni e Peppe Servillo, fratelli nella vita e nella scena, si cimentano nella celebre commedia di Eduardo De Filippo che, tra sogno e realtà, racconta il «conflitto fra individuo e società» di Toni Colotta

Per Eduardo De Filippo il cammino di drammaturgo non è stato sempre circonfuso di gloria. Da posteri, suoi ammiratori, siamo indotti a credere che ogni sua commedia abbia avuto successo. Nel giro d’anni 1948-49 non fu così per “La grande magia” che molti anni dopo sarà vivificato dalla regia di Strehler. Allora, tonfo solenne. Il riscatto però venne quasi subito con “Le voci di dentro”, rimasta una delle maggiori creazioni del grande autore-attore. Non per avere tradotto in splendida tragicommedia lo sconcerto popolare della sua Napoli in quel difficile passaggio postbellico – così finemente colto in “Filumena Marturano” – ma proprio perché se ne distaccava attingendo a valori umani universali.

Capolavoro assoluto dunque, ribadito come tale anche quando, dopo la scomparsa di De Filippo nell’84, l’interpretazione sul palcoscenico fu assunta da attori diversi, nati artisticamente sulla scia eduardiana, tipo il figlio Luca o Carlo Giuffrè. Il capolavoro è ora all’Argentina nello spettacolo prodotto dal Teatro di Roma con altre istituzioni prestigiose. Si replica per tutto maggio con un cast di cartello che affianca come protagonisti i due fratelli Servillo, Toni, personalità maiuscola fra cinema e scena, che qui cura anche la regia, e Peppe, autore e interprete di raffinate invenzioni musicali.

I rispettivi personaggi, fratelli anche nella finzione teatrale, vivono una vicenda sul confine fra realtà e immaginazione. Alberto Saporito sogna un omicidio commesso dai vicini di casa, una visione talmente lucida da indurlo a denunciare alla Questura il delitto. E gli accusati vengono tradotti in gattabuia, dal momento che la vittima sognata è realmente introvabile. Quando l’accusatore ritorna in sé e vorrebbe ritrattare si trova dinanzi i vicini che si lanciano l’un l’altro la colpa del delitto. E non raccontiamo oltre per non privare gli spettatori, quelli ignari degli sviluppi ideati da Eduardo, dell’emozione di cogliere i valori sottesi all’avventura di un visionario, il disfacimento della morale familiare, delle relazioni umane.

Fra il reale e il surreale che connotano la commedia è decisivo il personaggio di zi’ Nicola, un saggio inascoltato che ha deciso di esprimersi solo con botti e mortaretti. Allora, nel ’48, De Filippo, angustiato dallo sfascio che investiva la vita partenopea, diceva delle precedenti commedie: «Non ho avuto peli sulla lingua per ciò che riguarda la condizione napoletana; non è servito, e allora scrissi, quasi mio malgrado, “Le voci di dentro”, e in zi’ Nicola misi anche questa rabbia: se gli altri possono essere sordi, io allora sarò muto». Ma sappiamo quanto invece, a lungo, da questo «conflitto fra individuo e società» seppe cavare in termini di protesta civile e poesia.

13 maggio 2013

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