“Lettere dalla Turchia”
Pubblicati dalla “Finestra per il Medio Oriente” gli scritti inviati da don Andrea Santoro negli anni della sua missione in Anatolia di Laura Badaracchi
Il sito dell’associazione Finestra per il Medio Oriente
«Qui siamo ancora più piccoli del più piccolo dei semi, ma l’importante è stare dentro la terra, con amore, con rispetto, sciogliendosi e diventando un tutt’uno con essa nel silenzio, disposti a morire e a fiorire quando Dio vuole». Lo scriveva il 9 novembre 2000, da Urfa-Harran, don Andrea Santoro, ucciso il 5 febbraio scorso mentre pregava nella chiesa di Sancta Maria a Trabzon, in terra turca. Esce proprio oggi in libreria il volume che raccoglie tutte le lettere indirizzate da don Andrea agli amici della “Finestra per il Medio Oriente”, associazione fondata da lui stesso per favorire il dialogo interreligioso. “Lettere dalla Turchia”, edito da Città Nuova, raccoglie le 33 missive inviate al gruppo: dalla prima, scritta nel maggio del 2000 – in cui annunciava la sua partenza per quella terra in cui aveva chiesto di essere inviato come sacerdote fidei donum della diocesi di Roma –, fino all’ultima, datata 22 gennaio 2006. E dal 12 al 14 maggio, in occasione della festa parrocchiale della comunità dei Santi Fabiano e Venanzio (di cui don Santoro fu parroco dal ’94 fino alla sua partenza dalla diocesi di Roma), la “Finestra” allestirà uno stand a Villa Fiorelli per far conoscere il libro e la realtà ad esso legata. Infatti l’associazione aveva già pensato, insieme al suo fondatore e prima della sua tragica scomparsa, di divulgare gli scritti «quale piccolo strumento di testimonianza. Alla luce dell’uccisione di don Andrea – spiegano dall’associazione in una nota all’edizione – abbiamo deciso di condividere con tutti la ricchezza spirituale di questa autentica vita cristiana, certi che la morte di questo “seme” è radice e sorgente di nuova forza per continuare il cammino di conoscenza, dialogo e incontro iniziati da don Andrea»
.
Perché partire a 55 anni per una nuova missione, alla volta dell’Anatolia? «Don Andrea era sicuramente animato dal desiderio di poter comunicare a tutti gli uomini l’amore di Dio Padre – scrive il cardinale vicario Camillo Ruini nell’introduzione al volume –. Quell’amore che egli stesso ha riscoperto più di vent’anni fa, in seguito a una significativa permanenza di sei mesi a Gerusalemme nel 1980 per fare chiarezza nella sua vita, cercando un luogo dove scendere alle radici del suo animo e delle ragioni della vita». Un incontro, quello con il Medio Oriente, che diede nuovo vigore alla vocazione del sacerdote, spingendolo a curare frequenti pellegrinaggi in Israele, Egitto, Giordano, Siria e Libano, oltre alla Turchia. «Queste ripetute esperienze lo hanno convinto dell’importanza del Medio Oriente in quanto terra dove ritrovare autenticamente le radici cristiane», commenta il cardinale, spiegando che il sacerdote considerava il contatto con quei luoghi «una delle principali vie di rievangelizzazione del nostro Occidente». Ma all’insegna dell’umiltà evangelica, del lievito che si scioglie nella pasta. Scriveva infatti don Andrea (sempre il 9 novembre 2000), a pochi mesi dalla sua partenza: «Ricevo esempi di bontà e di generosità in ogni momento: perché grande è la ricchezza di questa pasta e profonda la fecondità di questa terra. Non voler essere più di un po’ di lievito e più di un minuscolo granello di senapa; ma neanche di meno, naturalmente!».
All’origine del desiderio di vivere sulle sponde del Mar Nero c’era il profondo desiderio maturato in Santoro di «essere una piccola presenza cristiana, favorendo uno scambio di doni, anzitutto spirituali, tra l’Oriente e l’Occidente, tra cristiani, ebrei e musulmani», spiega il cardinale vicario, precisando che il sacerdote «non si occupava di dialogo culturale, economico, politico, e nemmeno di dialogo teologico. A lui premeva esclusivamente essere cristiano e vivere come tale, restando ancorato, con la tenacia e la fiduciosa testardaggine che gli erano propri, a Cristo e al suo Vangelo». Una convinzione che traspare continuamente dalle parole di don Andrea: «Non c’è il mucchio in cui ti puoi rifugiare come può capitare a Roma, ma qui sei solo e tutti ti guardano … devi essere Cristo!».
Nella solitudine, tra il piccolo manipolo di fedeli, il prete 60enne ucciso con un proiettile sparato alle sue spalle cercava ogni giorno le motivazioni che lo spingevano ad essere proprio in quel luogo. E testimoniava: «Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia carne. Il Medio Oriente deve essere riabitato come fu abitato ieri da Gesù: con lunghi silenzi, con umiltà e semplicità di vita, con opere di fede, con miracoli di carità, con la limpidezza inerme della testimonianza, con il dono consapevole della vita». Una missione lontana dai grandi numeri, quella del sacerdote originario di Priverno, in provincia di Latina, caratterizzata soprattutto dal confronto limpido, sincero, con i fratelli di altre religioni: Ruini ricorda che «con l’arma del rispetto e dell’ascolto don Andrea era solito dar vita a degli incontri e dialoghi islamo-cristiani, piccoli ma molto concreti e vivi, con i suoi amici musulmani». Un programma di vita, il suo, condensato nelle ultime parole inviate, il 22 gennaio 2006, agli amici romani della Finestra: «Il dolore vissuto con abbandono e la steppa attraversata con amore diventano cattedra di sapienza, fonte di ricchezza, grembo di fecondità. Insieme si serve meglio il Signore».
8 maggio 2006