Libertà e disciplina

di Filippo Morlacchi

C’è un passaggio della Lettera sul compito urgente dell’educazione di Benedetto XVI che è veramente ispirato. Così si esprime il Pontefice: «Arriviamo[…”> al punto forse più delicato dell’opera educativa: trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina. Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro». Si tratta di una questione decisiva, perché coinvolge l’educazione nel suo insieme, e mostra in modo assolutamente inconfutabile la necessità di sviluppare un’alleanza educativa tra scuola e famiglia. I genitori si confrontano spesso con il problema delle «regole» da dare ai figli: dove vanno fissati i limiti? Come regolarsi se le regole degli amici dei figli sono considerate troppo elastiche? Come bilanciare il controllo dei figli con la loro necessaria emancipazione? Queste domande sono ricorrenti nella mente di ogni genitore, animano spesso il dibattito tra coniugi per fissare delle norme ragionevoli e condivise, e non di rado sono fonte di discussione (e talvolta di scontro) fra amici.

Nel mondo della scuola le cose non vanno molto diversamente. In ogni consiglio di classe c’è sempre l’insegnante più severo, quello che non ha bisogno di mettere le note sul registro solo perché fa tremare gli alunni già quando appare in corridoio, e così costruisce un muro di incomunicabilità; e c’è quello “buono”, che lascia che in classe si facciano tornei di tresette ed esperimenti di ingegneria aereonautica con i fogli di quaderno, che non sa assumere toni di rigore perché «vuole essere soprattutto un amico degli alunni». Quasi lo stesso vale anche per le maestre della primaria: c’è quella che sembra dura come la signorina Rottermeier e quella che fa la mamma di tutti, lasciando nell’incertezza la linea di demarcazione tra ricreazione e lezione. E così quei bambini e quegli adolescenti crescono nella confusione più totale: come accade quando, a casa, mamma dice no e papà dice sì (o viceversa).

E invece, le nuove generazioni devono imparare che senza disciplina non c’è libertà. La vera libertà non è l’apertura indistinta verso ogni futuro possibile o l’assenza totale di regole, ma il rispetto delle regole all’interno delle quali l’esercizio della libertà stessa diviene sensato. Un gioco senza regole non è affatto «più divertente»: al contrario, semplicemente non esiste. L’essenza del gioco è proprio la spontanea disponibilità dei partecipanti a seguirne le regole, sviluppando la creatività e mettendo in luce le proprie abilità proprio attraverso il loro rispetto. Quando ero viceparroco – ricordo benissimo, era un pomeriggio di giugno – mi trovavo una volta nel campetto da gioco ad arbitrare una partita di calcio quando fui chiamato in ufficio parrocchiale. «Mi raccomando, ragazzi, continuate tranquilli, eh! Ok?» – ho detto allontanandomi, senza sperare troppo di essere ascoltato. Una ventina di minuti dopo uno dei ragazzini, tutto sudato, venne a chiamarmi in ufficio: «appena puoi, torna, perché senza di te stiamo sempre a litigare e non ci divertiamo nemmeno…». Anche un bambino capisce che le regole servono. Ma l’educazione aiuta – dovrebbe aiutare – a far capire che le regole sono necessarie sempre anche in quel grande gioco che è la vita. Indicazioni chiare, ragionevoli, condivise da tutti, come in un gioco di squadra. Regole che a volte è faticoso osservare (ed ecco la tentazione di barare), ma che insegnano anche ad essere forti, perché l’arbitro esterno è solo un aiuto: le regole bisogna poi interiorizzarle, farle proprie. E questa è la disciplina: la capacità di orientare la propria libertà non per costrizione esterna, ma dall’interno, consapevolmente, con maturità e responsabilità.

Il gioco e la produzione artistica sono le attività umane che meglio sanno esprimere l’armonia raggiunta tra padronanza della materia e scioltezza spirituale, dominio di sé e spontaneità, controllo tecnico e creatività elegante, cioè – appunto – tra «libertà e disciplina». Come sarebbe bella una scuola che educasse a questa libertà interiore, a questo dinamismo di leggerezza… Una scuola dove fossero gli esempi a trascinare e non le minacce a costringere. Posso dirlo con parole un po’ demodé, ma che fanno parte della nostra tradizione? Sia la famiglia che la scuola sono oggi chiamate a ri-educare alla bellezza del sacrificio. Il «giusto equilibrio tra libertà e disciplina», a mio parere, sta tutto qui.

23 maggio 2008

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