L’udienza del Papa ai “delegati fraterni”

Iniziato con un abbraccio al Patriarca ecumenico ortodosso l’incontro con i rappresentanti di Chiese e comunità ecclesiali, ebrei e altre religioni: «Ferma volontà di proseguire nel dialogo ecumenico» di F. Cif.

«Prima di tutto ringrazio di cuore quello che mio fratello Andrea ci ha detto». Dopo averlo abbracciato, Papa Francesco ha accolto e ringraziato con queste parole il Patriarca ecumenico ortodosso Bartolomeo I, che gli ha rivolto questa mattina, mercoledì 20 marzo, nella Sala Clementina in Vaticano, un indirizzo di saluto all’inizio dell’udienza concessa ai rappresentanti delle Chiese e comunità ecclesiali, degli Ebrei e delle varie religioni. Un incontro che Francesco ha definito «motivo di particolare gioia», ricordando con loro la celebrazione che ieri ha dato inizio al suo ministro di vescovo di Roma e successore di Pietro: «Durante la Messa – ha dichiarato – attraverso le vostre persone ho riconosciuto spiritualmente presenti le comunità che rappresentate». In questa «manifestazione di fede – l’istantanea di Papa Francesco – mi è parso così di vivere in maniera ancor più pressante la preghiera per l’unità tra i credenti in Cristo e insieme di vederne in qualche modo prefigurata quella piena realizzazione, che dipende dal piano di Dio e dalla nostra leale collaborazione».

Il primo riferimento del Santo Padre è anzitutto all’Anno della fede, intuizione «veramente ispirata» del mio «venerato predecessore». Con questa iniziativa, ha spiegato ai “delegati fraterni”, «che desidero continuare e spero sia di stimolo per il cammino di fede di tutti, egli ha voluto segnare il cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, proponendo una sorta di pellegrinaggio verso ciò che per ogni cristiano rappresenta l’essenziale: il rapporto personale e trasformante con Gesù Cristo, Figlio di Dio, morto e risorto per la nostra salvezza». Un tesoro «perennemente valido» da annunciare agli uomini del nostro tempo, in cui risiede, ha rilevato Francesco, il cuore del messaggio conciliare. «Insieme con voi – ha proseguito ricordando il discorso di inaugurazione di Giovanni XXIII – non posso dimenticare quanto quel Concilio abbia significato per il cammino ecumenico». Di qui l’invito a «vivere in pienezza quella fede che abbiamo ricevuto in dono nel giorno del nostro battesimo, e di poterne dare testimonianza libera, gioiosa e coraggiosa. Sarà questo il nostro migliore servizio alla causa dell’unità tra i cristiani, un servizio di speranza per un mondo ancora segnato da divisioni, da contrasti e da rivalità. Più saremo fedeli alla sua volontà, nei pensieri, nelle parole e nelle opere, e più cammineremo realmente e sostanzialmente verso l’unità».

Da parte sua, il Papa ha assicurato, «sulla scia» dei suoi predecessori, «la ferma volontà di proseguire nel cammino del dialogo ecumenico», ringraziando il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani «per l’aiuto che continuerà ad offrire, in mio nome, per questa nobilissima causa». Poi una richiesta personale: «Vi chiedo, cari fratelli e sorelle, di portare il mio cordiale saluto e l’assicurazione del mio ricordo nel Signore Gesù alle Chiese e Comunità cristiane che qui rappresentate, e domando a voi la carità di una speciale preghiera per la mia persona, affinché possa essere un Pastore secondo il cuore di Cristo». Quindi, ai «distinti rappresentanti del popolo ebraico» Papa Francesco ha ricordato che «ci lega uno specialissimo vincolo spirituale». «Vi ringrazio della vostra presenza – ha detto – e confido che, con l’aiuto dell’Altissimo, potremo proseguire proficuamente quel fraterno dialogo che il Concilio auspicava e che si è effettivamente realizzato, portando non pochi frutti, specialmente nel corso degli ultimi decenni». Il Pontefice ha poi salutato e ringraziato «cordialmente» i «cari amici appartenenti ad altre tradizioni religiose». Innanzitutto i musulmani, che «adorano Dio unico, vivente e misericordioso, e lo invocano nella preghiera, e voi tutti». A tutti ha ribadito: «Apprezzo molto la vostra presenza. In essa vedo un segno tangibile della volontà di crescere nella stima reciproca e nella cooperazione per il bene comune dell’umanità».

20 marzo 2013

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