Magrelli: «Estate, tempo felice per chi legge»

Il poeta romano consiglia classici come Dickens e De Roberto. E sulla poesia italiana commenta: «C’è uno splendido fermento» di Andrea Monda

L’estate è il momento felice della lettura. Per Valerio Magrelli, poeta romano e docente di letteratura francese all’Università di Cassino, questa stagione è come un «paradiso» per il lettore. «Dico Paradiso anche perché per me ci sono pure l’Inferno e il Purgatorio: leggere nelle astanterie mediche, facendo la fila alla posta, nella sala d’attesa di un dentista, ecco l’Inferno; i viaggi, in treno o in metro, ecco il Purgatorio; e infine l’estate, il momento felice per la lettura. Io la mia cultura l’ho costruita nei tre luoghi suddetti, dal dentista come alle poste (questo è il motivo per cui io ritengo criminale l’uso della musica nei locali pubblici) come sotto l’ombrellone d’estate. In questo spazio felice c’è anche l’occasione dello svago “nutritivo”, che prevede la lettura di un buon libro, occasione da non perdere perché anche nello svago la formazione deve esistere, resistere».

La cultura però può mettere paura, mentre d’estate si cerca la lettura facile, disimpegnata.
Io penso che l’educazione sia un processo infinito. Per esempio, io per lavoro ho dovuto studiare soprattutto le letterature straniere, la francese e poi quella tedesca e inglese, ora quindi sto cercando di recuperare leggendo soprattutto letteratura italiana, da Nievo a De Roberto. La lettura intesa come formazione ha quindi innanzitutto il compito di colmare delle lacune. Mi piace molto l’immagine degli alpinisti che usano parlare dei «14 ottomila», cioè di quelle quattordici vette che superano gli ottomila metri. Ricordo quando Messner dichiarò di aver raggiunto i suoi «quattordici ottomila» e penso di aver provato anch’io questa sensazione quando finii la lettura dell’“Ulisse” di Joyce o “La morte di Virgilio” di Broch. Esempi di letture che mi sembra difficile che un lettore normale (cioè non votato a questo lavoro) affronti abitualmente, come pure penso che sia difficile che uno studioso di filosofia legga tutta “La fenomenologia dello spirito” di Hegel… Si tratta di testi un po’ estremi, che si studiano più che leggerli. In letteratura un po’ è così, però non ci sono solo quattordici vette, ma praticamente sono infinite le vette più alte.

Ma sotto l’ombrellone come si fa a leggere testi così estremi?
Esatto, è arduo se non impossibile. Per fortuna accanto agli ottomila ci sono delle letture che si possono fare e, quindi, si debbono fare. Sono quelli che io chiamo i libri-interfaccia, ad un tempo capolavori della letteratura e letture avvincenti, libri travolgenti e supremi. Un esempio: “Il nostro comune amico”, uno dei meno noti romanzi di Dickens, che è un capolavoro assoluto, come anche “Grandi speranze”, sempre di Dickens; opere che valgono venti libri di Stephen King o duecento best-seller. Se uno ha voglia di letture divertenti allora legga Dickens o Stevenson, oppure “I vicerè” di De Roberto o “Middlemarch” di George Eliot. Gli esempi sarebbero tanti, non tantissimi ma ce ne sono, si tratta di libri preziosi per poi scalare qualche «ottomila». È come dire, rispetto al cinema: se volete divertirvi non andate a vedere “Natale in India” ma vedetevi “I soliti ignoti” o “Brancaleone”. Se uno legge De Roberto vi trova una forza tutta contemporanea, sembra di leggere “Il Padrino” solo che Puzo è uno scrittore che vale niente in confronto ad un autore come De Roberto. Sto parlando al lettore da ombrellone e gli consiglio questi libri: è letteratura popolare come “Radici”, come “Beautiful”, ma a livello altissimo, che sposa, ai massimi livelli, qualità e fruibilità. Bisognerebbe fare un «kit», un pacchetto di venti titoli preziosi per chi si vuole divertire nutrendosi.

E tra i contemporanei?
Mi limito alla poesia e non posso non citare Maurizio Cucchi, ma anche “L’elefante” di Eugenio De Signoribus o il libro d’esordio di Ottavio Fatica o quello del giovane Luigi Trucillo e della giovanissima Sara Ventroni, “Il Gasometro”. C’è uno splendido fermento nella poesia italiana.

Come definiresti l’esperienza della lettura?
Io penso che il ’900 ci abbia consegnato un nuovo flagello, stupendamente immortalato dalle opere di Kafka: la burocrazia, contro la quale i lettori appaiono come dei resistenti. La lettura è quindi un antidoto: morso dal veleno della burocrazia io sto per morire o per uccidere, ma ecco che prendo una bella «dose» di lettura e riscatto il tempo, mi sottraggo, mi salvo. Si è perso un po’ il gusto della lettura; per fortuna ogni tanto si incontrano insegnanti illuminati che riescono a trasmettere il gusto della lettura. Per fortuna esistono ancora quei tre momenti di cui parlavo prima che diventano come spazi di resistenza del libro che, ha ragione Eco, dal punto di vista tecnologico, è una struttura formidabile: economica, portatile, resistente. La lettura, il libro, è quindi anche un’arma.

Un’arma da fuoco, secondo padre Antonio Spadaro; un fuoco che si trasmette senza consumarsi, che accende senza spegnersi.
Bella questa immagine, che riprende quella biblica del roveto ardente. La lettura è legata all’educazione: entrambe sono un processo, non un mero lavoro di saturamento. Mi viene in mente una frase di Plutarco, citata da Montaigne: educare un bambino non è riempire un vaso, ma accendere un fuoco.

21 luglio 2009

Potrebbe piacerti anche