Malick e il suo poema epico filosofico

Il suo “The Tree of Life” trionfa al Festival di Cannes. La storia di una famiglia del Midwest americano in un film destinato ad affascinare e spiazzare il pubblico di Massimo Giraldi

Terrence Malick è il trionfatore del Festival di Cannes, vincitore della Palma d’Oro 2011. Ed è tra i registi più affascinanti del cinema americano. Nato in Illinois nel 1943, cresciuto tra Texas e Oklahoma, studente all’American Film Intitute di Los Angeles, ha diretto il primo film nel 1973, “La rabbia giovane”, cui è seguito “I giorni del cielo” nel 1978. Se ne è andato poi a Parigi e per venti anni è rimasto lontano dalla cinepresa. Si è parlato di nuovo di lui nel 1998, quando è uscito “La sottile linea rossa”. Altri sette anni, e nel 2005 ecco “Il nuovo mondo”. Questo cineasta appartato e un po’ isolato torna nelle sale con “The Tree of Life”, film ancora una volta destinato a spiazzare e disorientare il pubblico.

È la storia di una famiglia del Midwest americano negli anni Cinquanta (padre, madre, tre figli maschi), attraverso lo sguardo del figlio maggiore, Jack, nel suo viaggio personale dall’innocenza dell’infanzia alle disillusioni dell’età adulta. Da uomo maturo, Jack cerca di tirare le somme di un rapporto conflittuale con il padre, senza trovare risposte plausibili. All’origine c’è in realtà il suicidio del fratello più piccolo, avvenuto in circostanze misteriose e mai del tutto metabolizzato dalla famiglia. Attraverso lunghi, sofferti flashback, il racconto dipana l’evolversi dei rapporti tra genitori e figli: il padre duro, rigoroso, legato a valori morali forti e deciso a pretendere altrettanto dai ragazzi; la madre tenera, remissiva, permeata di dolcezza e garbo.

Un frase tratta da Giobbe offre l’impronta del copione, che subito si dirige sui sentieri impervi e scoscesi del rapporto tra Bene e Male. Malick opera all’inizio per blocchi separati. La morte del bambino nel primo segmento, Jack adulto trasferitosi a New York nel secondo, la Cosmogonia nel terzo. Qui siamo alla sfida che l’autore lancia allo spettatore: una lunga parentesi tutta dedicata al Mondo in ebollizione tra eruzioni, lave e sommovimenti tellurici. È la rappresentazione del Caos, da cui poi ha origine la Terra, attraverso le fasi dei primi abitatori, gli animali preistorici, con la loro bruta ferinità. Poi gli spazi incontrollabili del mondo preistorico lasciano campo a quella piccola porzione di vita che si sviluppa nel Midwest.

Alla macrostoria succede una microstoria, terribilmente piccola ma carica degli stessi interrogativi. Jack è oggi un’anima perduta nel mondo moderno, e vaga nel tentativo di trovare delle risposte al significato della vita, di mettere insieme ciò che ha imparato sulla Fede e sulla Speranza con ciò che accade tutti i giorni. Non è un film facile da raccontare, assomiglia più ad un poema epico-filosofico al quale bisogna lasciarsi andare in modo totale. Malick si conferma regista visionario e inclassificabile, per niente accomodante eppure in grado di coinvolgere e affascinare.

23 maggio 2011

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