Manet al Complesso del Vittoriano
Olii, disegni, incisioni e fotografie, per documentare il percorso umano e artistico del “padre” degli impressionisti di Francesca Romana Cicero
Manet, a detta di alcuni critici l’ultimo dei classici e il primo dei rivoluzionari, ha accolto gli insegnamenti degli artisti del passato, in particolare quelli che hanno privilegiato le intensità cromatiche come Goya, Velàzquez e Giorgione, disponendosi ad una concezione dell’arte non come imitazione del vero ma piuttosto come rappresentazione della vita moderna, riprodotta attraverso zone di luce e ombra.
Manet, il primo o il padre degli impressionisti, colui che (a differenza degli amici Degas, Monet, Renoir e Pissarro) non ha mai partecipato a una mostra collettiva per preservare l’unicità della sua arte, ha conservato inalterato in tutta la sua produzione il senso della costruzione e dell’equilibrio delle parti, riscontrabile in giochi di contrapposizioni verticali e orizzontali, che costituiscono una sorta di griglia nella quale sono inseriti i soggetti, perlopiù figure umane, attorno ai quali prende forma l’opera. Costruzione prospettica, ispirata all’arte giapponese, riscontrabile nelle “marine”, nella invisibile traiettoria di proiettili de L’esecuzione di Massimiliano, e nella deliziosa litografia, ideata come completamento di un compendio enciclopedico dell’amico Campfleury. Opera nella quale la verticalizzazione dello spazio, morbidamente alleggerita dalle code dei due gatti in amore, rappresentati su un tetto di Parigi al chiaro di luna, si unisce al contrasto binario (bianco-nero) dei due animali, che ricorda quello adottato dai vasai greci dell’epoca arcaica, e al ritmo orizzontale di compenso dei camini.
D’altra parte si tratta di un artista in cui disegno e incisione sono strettamente connessi con la pittura. E la mostra rende omaggio a Manet privilegiando proprio il suo essere essenzialmente un incisore. Tale scelta del Comitato scientifico curatore dell’esposizione, da alcuni critici non condivisa, influisce sulla selezione delle opere presenti, prevalentemente grafiche più che pittoriche. La lamentata mancanza di alcune opere più celebri, quali ad esempio l’Olympia, il Balcone, il Bar aux Folies Bergéres, è invece giustificabile con la difficoltà o impossibilità anche dei musei più grandi ad ospitare tali capolavori.
L’esposizione, che conta centocinquanta opere delle quattrocento esistenti, tra olii, disegni, incisioni e fotografie, intende documentare il percorso umano e artistico di Manet, sul quale è pesato “lo scarto di una lettera” rispetto al più noto Monet. “Scarto” che ha generato tra questi due pittori, entrambi francesi e accomunabili per scelte artistiche e periodo storico, accostamenti ironici, e talvolta beffardi, o confusione. Nella ricostruzione rivive tutta un’epoca, con i suoi salotti e saloni parigini animati da letterati, artisti e da una cerchia di persone protagoniste della vita culturale del tempo: scene di interni, ritratti della Parigi mondana, i boulevards, i caffé, e gli amici, da Baudelaire a Zola, estimatore e “difensore” della sua arte.
Varie le sezioni: dagli anni della formazione, in cui è visibile l’influenza e l’amore per l’arte italiana e spagnola, alla scelta del nudo femminile, ritratto non più in forme mitologiche ma con un realismo che in passato fu accolto con scandalo, ai ritratti, alle marine e nature morte, fino alla pittura “en plein air” degli amici Impressionisti praticata negli ultimi anni della vita.
Complesso del Vittoriano, Via San Pietro in Carcere, fino al 5 febbraio 2006. Biglietto: intero euro 9, ridotto euro 7. Tel. 06.6780664.
5 dicembre 2005