Maria Grazia Fasoli: riflessioni a tutto tondo sulla “questione femminile”
Le donne tra famiglia, lavoro e ricerca di Dio, viste dalla responsabile del Coordinamento donne delle Acli di Elena Grazini
Le donne e le pari opportunità, il mondo del lavoro, la famiglia, la ricerca di Dio. Ne parla Maria Grazia Fasoli, nata a Roma, 59 anni, responsabile nazionale del Coordinamento Donne e dell’Ufficio Studi delle Acli (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani).
Laureata in Lettere, Fasoli ha approfondito lo studio del pensiero delle donne nell’ambito della sua passata collaborazione con gli organismi di cui è ora responsabile, curando in particolare l’attività pubblicistica ed editoriale. Ha fatto inoltre parte, in qualità di esperta, della Commissione Pari opportunità operante all’interno dell’associazione, istituita nel 1990 e tuttora prevista dallo Statuto. Collabora con la facoltà teologica “Marianum” e con la Sirt (Società italiana per la ricerca teologica). Infine è membro della Presidenza Nazionale delle Acli, che sono da lei rappresentate anche all’interno della Commissione per le Pari opportunità tra uomo e donna, insediatasi nel 2004 presso l’omonimo dicastero.
Esiste oggi una cultura delle pari opportunità?
Esiste indubbiamente una sensibilità più diffusa rispetto ai temi che riguardano le pari opportunità. In termini assoluti una cultura praticata delle pari opportunità è ancora lontana da una sua implementazione. Ci sono degli ostacoli di natura profonda, che richiedono tempi lunghi per essere pienamente superati. In termini relativi però, cioè se consideriamo il cammino fatto dalle donne negli ultimi 20-25 anni, dobbiamo valutare positivamente il percorso di questa cultura.
Quali sono gli elementi che la inducono a guardare con ottimismo al cammino compiuto dalle donne nell’ultimo quarto di secolo?
Ne indicherei due. Il primo riguarda la crescita della soggettività femminile, intesa come autostima e consapevolezza delle donne del proprio valore. Invece, in termini di contesto, direi che il femminile nella società si è diffuso, c’è stata una valorizzazione degli elementi di cura nelle relazioni, che non è più soltanto un patrimonio delle donne ma anche della cultura, ad esempio del mondo del lavoro. In questo senso la società si è “femminilizzata”.
Eppure l’accesso alle donne a certi ambiti lavorativi è piuttosto limitato. Qual è il settore meno “femminilizzato”?
Sicuramente quello che in termini tecnici si chiama la rappresentanza, cioè il settore della politica strettamente intesa. Basti pensare che a un 52% circa di elettorato femminile corrisponde una presenza in Parlamento del 9,8%. In generale laddove ci sono poteri decisionali la presenza femminile decresce. Questo dato mi sembra abbastanza inquietante perché il potere di decidere è importante.
Come invertire questa tendenza ?
Anzitutto è indispensabile che le donne si attrezzino a esercitare ruoli di responsabilità. Da questo punto di vista quella che in senso molto ampio si chiama formazione rimane lo strumento prioritario. Proprio la scorsa settimana si è svolto il seminario di lancio di un progetto di formazione ai ruoli di vertice che Cif (Centro Italiano Femminile), che è il capofila, Acli e Cisl stanno avviando con una formula abbastanza inedita di collaborazione tra queste tre associazioni.
In secondo luogo sono fondamentali politiche di conciliazione tra le esigenze di cura familiari e le esigenze di un impegno professionale, sociale o politico. Credo che non si debba costringere le donne a dover scegliere tra un impegno professionale, nel sociale o nella politica, e il mondo degli affetti che rimane giustamente importante ed è bene che sia così.
Ci sono allo stato attuale politiche efficaci di sostegno alla donna nella ricerca di questo equilibrio?
Attualmente sono assolutamente scarse le politiche di sostegno alla famiglia. Diciamo che quando né dal punto di vista fiscale né dal punto di vista del welfare, né da quello del reddito o dei servizi si considera la famiglia come un soggetto da privilegiare si penalizza immediatamente la donna, perché spesso i problemi familiari ricadono sulle spalle delle donne.
Per quanto riguarda le politiche di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro qualche tentativo è stato fatto, anche se bisogna riconoscere che molto spesso il part-time, per fare un esempio classico della flessibilità, da un lato favorisce la presenza femminile del lavoro in termini di conciliazione con la famiglia ma dall’altro altro è penalizzante per la carriera.
Personalmente guardo con molta attenzione a forme di lavoro più flessibile, e quindi più compatibili con le esigenze familiari. Mi sembra una strada interessante, purché sia percorsa anche dagli uomini.
In suo recente articolo in occasione del referendum sulla fecondazione assistita, nel quale si è schierata con il Comitato Scienza e Vita, si legge: «In tante argomentazioni che sono state avanzate a nome delle donne nel dibattito referendario attorno alla fecondazione assistita ho ravvisato più la scienza onnipotente che la scienza del limite». Qual è il rischio di una scienza onnipotente?
Il rischio di una scienza onnipotente non è nuovo nella nostra civiltà. La novità è che la sfida di questi ultimi anni riguarda l’onnipotenza della scienza applicata alla vita umana, in modo particolare al corpo e alla sua, per così dire, riproducibilità tecnica. Ci troviamo di fronte a una svolta antropologica di portata inaudita, di cui non siamo tutti consapevoli. Questa è stata la mia preoccupazione durante la sfida referendaria. Ritengo che specialmente applicata alla vita umana una scienza onnipotente, ma in modo particolare una tecnologia onnipotente (bisogna distinguere tra scienza come ricerca, nei confronti della quale non abbiamo alcuna forma di preclusione, e le applicazioni operative, ovvero la tecnica), possa portare ad una totale disumanizzazione.
Nello stesso intervento parla del rischio di «una forma di interiorizzazione del pensiero maschile» da parte delle donne.
La scienza onnipotente e la tecnologia, che è il suo braccio operativo, sottraendo la vita agli eventi naturali e facendola diventare un oggetto di decisione, sono un tipico prodotto del pensiero maschile come pensiero del dominio e della manipolazione. Io credo invece che un sentire materno appartenga al corpo femminile, anche a coloro che non hanno figli. Credo che appartenga alle donne una scienza del limite, del fare posto all’altro, che va spesa in termini di riserva di umanità.
In diverse pubblicazioni lei ha affrontato la questione del divino nella sfera femminile. Si può parlare di una via femminile al divino?
L’esperienza del divino ha a che fare con la ricerca che noi facciamo di una dimensione che ci trascende e ci supera. Si tratta di un percorso che, radicandosi nelle profondità dell’essere umano, non può non essere segnato dall’essere donna o dall’essere uomo. Ancora diverso è il discorso della fede. In questo caso la fede rivelata ci coglie nella nostra diversità. Questo Dio che parla agli uomini e alle donne viene ascoltato dagli uomini e dalle donne in un modo differente. Anche in questo senso la fede si colora del nostro essere uomini e del nostro essere donne.
Donna e cristianesimo: cosa si profila all’orizzonte?
Innanzitutto ritengo che noi donne siamo chiamate a essere sempre di più soggetti attivi di una fede comunitaria e del popolo di Dio, cosa che è stata additata in modo particolare dal Concilio Vaticano II. Inoltre mi sembra che in una società, come oramai siamo convinti sia la nostra, post-secolare, e quindi in un ritorno della domanda e della sfera religiosa, noi donne, con la nostra ricerca di fede e con il nostro intellectus fidei, ossia con la nostra capacità di fede riflessa, possiamo costituire un elemento di coscienza per evitare che la ricerca o il bisogno di religiosità possa avere delle derive.
25 novembre 2005