“Maternity blues”, un film da approfondire
Ispirato al testo teatrale «From Medea» di Grazia Verasani, il film di Fabrizio Cattani (nella foto) racconta la tragica storia di quattro donne legate dalla macchia dell’infanticidio di Massimo Giraldi
È in uscita un film italiano che opera una scelta tematica forte e coraggiosa: “Maternity Blues”, titolo dai tratti leggeri e quasi musicali. Forse azzeccato, perché l’approccio all’argomento «infanticidio» avviene lungo uno svolgimento piegato e dolente, simile ad una canzone che si ascolta in lontananza. Infanticidio, parola che apre a scenari di esistenze cadute in buio mentale che sembra senza ritorno. Nel gergo tecnico, una sindrome assassina, una depressione post partum che porta una madre ad uccidere il proprio figlio. Il punto di partenza è il testo teatrale «From Medea», scritto da Grazia Verasani, che ha collaborato alla sceneggiatura insieme al regista Fabrizio Cattani.
In un ospedale psichiatrico giudiziario in Toscana sono rinchiuse, con altre, quattro donne diverse tra loro ma legate appunto dalla macchia dell’infanticidio. Clara, timida e piena di paura, riceve la visita del marito ma non riesce ad aderire al tentativo di lui di riprendere una vita normale; Rina, ragazza madre, pensa di poter aspirare a vivere una nuova storia d’amore; Eloisa, impulsiva e arrogante, fa pesare la propria bellezza fisica; Vincenza, che ha ancora due figli fuori, non regge al dolore per quello eliminato e a sua volta si toglie la vita.
La derivazione teatrale si sente. L’azione si muove nell’unico ambiente dell’ospedale giudiziario, con rapide «uscite» per seguire soprattutto le giornate di Luigi, il marito di Clara, abitate dal dolore, dalla presenza dei genitori e di un amico sacerdote, che lo aiuta a capire la terribile convivenza di bene e male. Nelle pieghe di ritratti caratteriali stratificati, disarmonici e difficili da capire, la regia entra con uno sguardo misurato, senza forzature né prevaricazioni. Chi si aspettava un film di denuncia, trova invece un racconto desolato e solitario, che coglie il segno di una opportuna rimessa in primo piano di un argomento ostile e scostante, magari tenuto sotto silenzio dal pudore e dalla vergogna di chi vi è coinvolto.
Del resto la cornice ambientale che accoglie le donne è decisamente funzionale, ben attrezzata e accogliente (la festa di Natale sembra svolgersi in un locale notturno), medici e personale sono gentili e comprensivi, e infine il percorso esistenziale piegato e dolente circuisce il diagramma di sfumature affettive, ricordi, rimpianti, per confluire nella frase che accomuna tutte: io sono la sola colpevole di me stessa. Rimane una richiesta di pietà che fa quasi paura e che quelle donne fragili e bisognose aspettano. È un film da vedere e da approfondire in opportuni dibattiti. Un interrogativo resta nell’ aria: se le infanticidi hanno ucciso un figlio già nato, chi sono quelle che abortiscono?
30 aprile 2012