Media, ritrovare il gusto della deontologia

Troppe “leggende metropolitane” nell’informazione. Un appello ai giornalisti per il rispetto delle diverse sensibilità pur nella difesa della totale libertà d’espressione di Elisa Manna

Nel corso della mia lunga carriera di ricercatore mi sono sempre chiesta se sarei stata disposta a “metterci la faccia”, come si dice oggi, cioè a sostenere, confortata dai dati di cui disponevo come ricercatore, una certa tesi di rilevanza pubblica. La risposta che mi sono data è: sì, in scienza e coscienza.

Semplicemente. Perché quando si è davvero convinti di qualcosa ci si può mettere la firma, anche se questo costa qualcosa, anche se a qualcuno può dispiacere. Oggi purtroppo si assiste nei media a uno stile diametralmente opposto, non senza responsabilità da parte dei giornalisti: si raccolgono voci, si dà spazio a dichiarazioni “senza padre e senza madre”, si costruiscono casi.

Tutto questo, oltre che a nuocere o amareggiare qualcuno, fa soprattutto “rumore”: un rumore di cui faremmo volentieri a meno, visto che siamo già frastornati da troppi rumori. Le nostre vite sono continuamente lambite, contaminate dalle brutture reali, troppe davvero, che sporcano la bellezza del creato.

Direi che non si sente proprio la necessità di aggiungerne altre, di inventare storie per colpire l’attenzione del lettore malcapitato. Le leggende metropolitane sono una vecchia conoscenza di chi si occupa di media: fanno parte del folklore e della cultura di questa nostra epoca. Qualcuna è anche divertente, per carità, ma altre sono rubbish, robaccia, che non meriterebbe spazio su nessun giornale.

Molti oggi, a cominciare dalla Chiesa cattolica, parlano di ecologia dei media. Cari giornalisti,cominciamo da subito, a ritrovare il gusto delle care carte deontologiche: non è roba d’altri tempi, è roba d’avanguardia, è il futuro di una società autenticamente democratica e pluralista, capace di rispettare le diverse sensibilità pur nella difesa della totale libertà d’espressione.

5 ottobre 2011

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