Montuschi: «Nuove prospettive dalla lettera del Papa»

L’approfondimento della lettera del Santo Padre sull’educazione attraverso le riflessioni del pedagogista Ferdinando Montuschi di Francesco Lalli

Roma Sette torna ad approfondire la lettera del Santo Padre sull’educazione attraverso le riflessioni del pedagogista Ferdinando Montuschi. Un esperto che, oltre ad aver affrontato problematiche di alunni portatori di handicap o in lotta contro la droga, sul piano della ricerca si è occupato di processi di apprendimento, relazioni interpersonali e sociali, e del rapporto fra affettività e intelligenza.

Nella lettera del Papa si legge: «Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri». Lei pensa che vi sia ancora la possibilità di superare la cosiddetta «frattura tra generazioni»?
Mi piace rilevare la novità che questa lettera di Benedetto XVI apre, indicando una prospettiva diversa da quella a cui siamo abituati. Egli sottolinea con forza che valori e formazione non sono semplici «pacchi» da consegnare da un’età a un’altra o da una civiltà a un’altra. Al contrario, i valori rinascono ogni volta da capo, perché ciascuna persona che viene al mondo in qualche modo fa rinascere la cultura, la pone da capo come obiettivo e orizzonte raggiungibile. Mi pare che il Papa sostituisca alla trasmissione la costruzione di valori, i quali certamente hanno una loro storia, un passato, e la cui acquisizione comporta sacrificio o sofferenza.

Il problema educativo investe tutta la società. «La società però – avverte Benedetto XVI – non è un’astrazione; alla fine siamo noi stessi, tutti insieme».
Infatti nella lettera non c’è la ricerca di colpe, ma di vie d’uscita. All’idea di «non temete tutte queste difficoltà» egli aggiunge che «tutte queste difficoltà sono il rovescio della medaglia della libertà». La libertà pone delle possibilità di rischio, certo, perché può essere utilizzata male, ma proprio in quest’ambivalenza sono messe alla prova le risorse di cui disponiamo come civiltà. Il dire «non temete» significa: raccogliamo le possibilità a nostra disposizione, combiniamole, piuttosto che dare solo la colpa agli uni o agli altri. Il punto è non rimanere dei critici distaccati in cerca di colpevoli, ma diventare attori responsabili, capaci di mettere insieme le energie necessarie per offrire modelli educativi validi.

Per l’educazione il Papa suggerisce un «giusto equilibrio tra libertà e disciplina». Come ci si arriva?
Un primo elemento è quello indicato nella lettera: «La fiducia e la vicinanza che nasce dall’amore». Il bambino comincia a sentire fiducia in sé quando avverte la fiducia degli altri attorno a lui. Il fattore determinate è provare quest’amore. Poi c’è l’autorevolezza, rappresentata dalla figura dell’adulto, la parte credibile dell’autorità. Non si tratta semplicemente di proibire o di autorizzare, ma è il modo in cui lo si fa che è importante. Il ragazzo deve sentire che la disciplina lo sta organizzando. Un po’ come nello sport: senza un campo delimitato, senza regole, senza arbitro non c’è divertimento. La norma non deve essere limitazione ma significato della libertà, al di là di quel confine sparisce il senso dell’essere liberi. Occorre allora rispettare la persona e limitare nello stesso tempo il suo comportamento.

«Coerenza della propria vita», «coinvolgimento personale», «testimonianza della verità e del bene». Quale tra queste caratteristiche, che per il Santo Padre costituiscono la figura dell’educatore, ritiene più significativa?
Non è possibile isolarne una, sono tutte facce della stessa modalità. L’educatore non può insegnare senza coinvolgimento personale e non può testimoniare verità senza coerenza. Però è importante, come viene ribadito nella lettera, che viva la propria responsabilità rispondendo a se stesso. Questo è un punto centrale, perché tutti i modi con cui si esprime l’educatore sono convincenti se derivano da una consonanza profonda con il proprio io. Un buon educatore è quello che vive in primo luogo e profondamente le parole e gli esempi che rivolge all’altro.

Come si confronta oggi la pedagogia con il relativismo culturale che pone spesso in discussione concetti come quelli di «verità» e «bene»?
Esistono valori non trattabili, il bene comune, il rispetto della persona; però sono «trattabili» i percorsi per fare propri questi obiettivi, perché nei processi di maturazione interiore i mezzi per giungere al punto d’arrivo sono sempre perfettibili, adattabili. Vorrei aggiungere che questa del Papa è una lettera ottimista, perché non censura il presente, ma indica le tappe essenziali per una vita umana che deve imparare a rinunciare ad atti autodistruttivi. Riprendere il senso di ciò che conta: la vita, l’amore, il rispetto. Significa aiutare la persona a non andare contro se stessa e quindi contro gli altri.

18 febbraio 2008

Potrebbe piacerti anche