Osservasalute, peggiorano le condizioni delle donne

Ha smesso di crescere la loro aspettativa di vita e sono sempre più numerose quelle che abusano di alcool. Nel Lazio troppi anziani vivono soli, ci sono molti fumatori e aumenta il consumo di alimenti grassi di Jacopo D’Andrea

«L’Italia è una signora ancora in salute ma grassa, vecchia e pigra». È l’espressione colorita con cui sono stati sintetizzati i risultati emersi dall’ottavo Rapporto Osservasalute 2010, studio dettagliato dello stato di salute della popolazione e della qualità dell’assistenza sanitaria nelle Regioni italiane. Il rapporto, pubblicato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle regioni italiane dell’Università Cattolica di Roma, è stato presentato ieri mattina (martedì 8 marzo 2011) al Policlinico Gemelli.

Dal voluminoso studio – oltre 500 pagine – emergono dati interessanti. Ad esempio, la salute delle donne perde terreno. Infatti, si legge, «ha smesso di crescere la loro aspettativa di vita, basti pensare che negli ultimi cinque anni, questa è aumentata di appena tre mesi: da 84 anni nel 2006 a 84,1 anni nel 2009, 84,3 nel 2010, mentre per gli uomini è aumentata di sette mesi nello stesso arco di tempo». E cioè «da 78,4 anni nel 2006 a 78,9 anni nel 2009, 79,1 nel 2010». Allarmante anche il dato che riguarda l’aumento del consumo di alcol sempre tra la popolazione femminile: «Nelle donne adulte (19-64 anni) la prevalenza è passata dall’1,6% nel 2006 al 4,9% nel 2008», riporta lo studio.

«Ma i problemi di salute degli italiani non dipendono solo dalla loro cattiva volontà che li porta a essere sedentari e poco inclini a corretti stili di vita», ha affermato Walter Ricciardi, coordinatore di Osservasalute 2010 e direttore dell’Istituto di Igiene della facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica di Roma. Ricciardi infatti ha sottolineato che ciò dipende anche «dal deteriorarsi, soprattutto nelle regioni in difficoltà sul piano economico (meridione in particolare), di interventi adeguati per mancanza d’investimenti nella prevenzione».

Durante la presentazione del rapporto si è discusso anche della situazione della sanità laziale e dello stato di salute dei suoi cittadini. Ne è emerso che «il Lazio è l’unica regione che ha ridotto la spesa sanitaria pubblica pro capite: nel 2009 è pari a 1.974 euro a fronte di una spesa media nazionale di 1.816 euro ma rispetto all’anno precedente è diminuita dello 0,35%». Anche se nella nostra regione si registra «il maggior disavanzo pro capite d’Italia: nel 2009 è stato di 244 euro che cumulato nel periodo 2001-2009 è pari a 2.285 euro». Dati che confermano come il Lazio sia la regione più deficitaria.

Valori sopra la media anche per «la percentuale di anziani sopra i 65 anni che vive da sola, pari al 15,4% dei maschi in quella fascia d’età contro un valore medio italiano del 14,5%, mentre quella delle donne è del 39,3% contro un valore medio italiano del 37,5%, per un totale del 29,2% delle persone in questa fascia d’età, contro una media nazionale di 27,8%». Dati importanti per la programmazione dei servizi socio-sanitari, perché «gli anziani che vivono soli sono maggiormente esposti al rischio di emarginazione sociale», si legge nel rapporto.

Nel Lazio, poi, sopra la media è anche l’abitudine al fumo. «La percentuale dei fumatori che è pari nel 2008 al 23,3% della popolazione di 14 anni e oltre mentre la percentuale media nazionale degli stessi è del 22,2%». Tra l’altro, il 48,5% della popolazione è costituito da «non fumatori: la percentuale minore d’Italia». Sebbene, poi, il 6,1% della popolazione del Lazio consuma in media 5 porzioni di frutta e verdura al giorno contro la media nazionale del 5,7%, nello stesso periodo 2001-2009 si «riscontra un trend in crescita per il consumo di salumi, carne, snack e bevande gassate».

Ma le ricette per migliorare, almeno, ci sono? Nelle conclusioni si indica che «il Lazio deve continuare a diminuire la spesa ospedaliera lavorando sul come, ovvero concentrandosi su specifiche patologie, sul controllo selettivo di strutture e sull’efficienza organizzativa perché i propri standard di personale sono già bassi ed insoddisfazioni stanno emergendo nella popolazione: troppi cesarei, troppi aborti spontanei e ancora elevata mortalità neonatale e infantile».

9 marzo 2011

Potrebbe piacerti anche