«Posti in piedi in paradiso», il nuovo Verdone
Il film parla di padri separati stretti tra difficoltà economiche e familiari: «Ho voluto raccontare un’emergenza sociale con una commedia, senza presunzione, ma con serietà e ironia» di Massimo Giraldi
«Posti in piedi in paradiso» è il nuovo film di Carlo Verdone. Un anno fa avevamo lasciato l’attore/regista romano in «Io, loro e Lara» nei panni di un sacerdote missionario che, attraversando una fase di incertezza, tornava a casa e si trovava ad affrontare una missione forse ancora più impegnativa: quella di confrontarsi con la confusione esistenziale dominante nella sua famiglia, il padre, i due fratelli, i nuovi arrivati.
Oggi lo ritroviamo componente di un terzetto, sintesi di situazioni attuali e di problemi che segnano difficoltà, creano allarmi, richiedono attenzione. Verdone è Ulisse, e con lui ci sono Fulvio e Domenico. Tutti padri separati, in grande difficoltà sia sul versante familiare che su quello economico. I tre, dopo vari tentativi, si rassegnano ad andare a vivere insieme nel modesto appartamento proposto proprio da Domenico, agente immobiliare e gigolò nei ritagli di tempo. Come previsto, la convivenza non è però per niente facile. La confusione poi aumenta quando, in occasione di un malessere di Domenico, arriva a casa la cardiologa Gloria, ragazza dal carattere instabile, appena lasciata dal fidanzato. Quando Ulisse riceve dalla figlia 17enne la notizia che è incinta, è Gloria ad aiutarlo a superare la rabbiosa reazione iniziale e a convincerlo a raggiungerla a Parigi, per recuperare un migliore equilibrio.
Spiega Verdone nelle note di regia: «Non riesco a vedere il mio lavoro non attento alla realtà che stiamo vivendo(…) Ho voluto sinceramente raccontare un’emergenza sociale di oggi attraverso una commedia. Un serio problema rappresentato senza alcuna presunzione, con serietà ma insieme con efficace ironia». Ciò che il film trasmette è in linea con queste premesse. Passati i sessanta anni (è del 1950), Verdone, scrive, con alcuni suoi abituali collaboratori, un copione che prevede appunto tre protagonisti, a ciascuno dei quali affida il compito di rappresentare uno spicchio dell’attuale disagio generazionale.
Per sé, invece, conferma il ruolo dell’uomo semplice, autentico, legato a passioni giovanili, come la musica, che vorrebbero ( ma non riescono a ) diventare lavoro eppure destinato a subire gli strali della cattiva sorte. Va detto che non tutti i guai del terzetto sembrano da attribuirsi alla sfortuna (Domenico fin troppo ‘leggerino’ a proposito di moglie, figli, prestazioni extra…) e anche Ulisse all’inizio vorrebbe che la figlia abortisse. Il recupero finale però va nella giusta direzione di ridare fiducia e importanza alle giovani generazioni, ossia agli adulti di domani.
Al personaggio interpretato da Giallini, Verdone affida i momenti di comicità più diretta e scoperta, quella salace battuta romanesca che riflette uno stato d’animo, che talvolta reagisce col cinismo all’amarezza. Su di sé e su Favino misura invece gli effetti dell’incontro tra preoccupazione, amarezza, sorriso, tra le delusioni affettive e quelle professionali. Muovendosi nei chiaroscuri del più consolidato canovaccio italiano, Verdone tratteggia i contorni di emergenze vere, concrete, incombenti: la famiglia, la casa, il lavoro, la convivenza tra sconosciuti.
Il campanello dall’allarme suona sulle nostre carenze quotidiane in modo nitido e preciso. Insieme all’invito a guardare alla realtà con un pizzico di bonario umorismo, quel sorriso vuol dire rispetto per gli umili e per la loro voglia di riscatto. Così Verdone scrive un nuovo capitolo di una personale commedia umana, tra cronaca, macchietta, sentimenti senza tempo.
5 marzo 2012