Prosperetti: «Più concorrenza per il bene di tutti»

Il parere dell’economista sugli effetti dell’aumento dell’inflazione, del caro petrolio e del rialzo dei prezzi al consumo sul portafogli degli italiani di Francesco Lalli

L’inflazione salita come non accadeva da undici anni, mentre caro prezzi e caro petrolio continuano a prosciugare il portafogli degli italiani. Della situazione e dei suoi possibili sviluppi ne parliamo con Luigi Prosperetti, docente di Politica Economica presso l’Università degli Studi di Milano.

A gennaio, l’andamento dei prezzi al consumo ha fatto registrare un 4,8% annuo, per i beni ad alta frequenza di consumo. Si tratta dell’incremento più elevato dal 1997. A quali cause bisogna far risalire questa crescita? L’incremento dei prezzi è in larga parte derivante dal notevole aumento del petrolio e delle materie prime. Basta guardare l’andamento dei settori che hanno contribuito maggiormente al rialzo, per accorgersi che la sola voce “trasporti” ha inciso per quasi un punto percentuale. Anche sotto questo profilo, scontiamo purtroppo il fatto di aver praticato da qualche decennio a questa parte un’economia da “cicale”, che ha escluso fonti energetiche alternative o rinnovabili, rendendoci sempre più dipendenti dai combustibili “classici”.

A proposito del “caro petrolio”, qualche giorno fa qualcuno ha proposto anche che l’Unione Europa imponga ai Paesi membri di ridurre le accise sui carburanti. Quanto incide la tassazione sul prezzo finale e quanto è frutto di speculazione da parte delle compagnie petrolifere? Mi pare una richiesta destituita di senso e mi spiego meglio. Attualmente la struttura del prezzo alla pompa è la seguente: le imposte, mettendo insieme accise e iva, coprono il 58%, il 32% è rappresentato dal prezzo della benzina e il 10% costituisce il margine di guadagno dei distributori. Il prezzo, a cui si riferisce il dato del 32%, è definito internazionalmente dalla società “Platt’s” che rileva il prezzo della benzina, nell’area del mediterraneo, quando esce alla bocca della raffineria. Ora, decidere di abbassare le accise farebbe scendere, ovviamente, i prezzi dei carburanti, ma a quel punto aumenterebbe la domanda e quindi, di conseguenza, la nostra dipendenza dal petrolio. Si tratta quindi di una medicina che fa bene sul momento, ma pessima per gli sviluppi in uno scenario di lungo periodo.

Stato e compagnie petrolifere non hanno colpe dunque? Non ho detto questo. È chiaro che se il nostro sistema fiscale funzionasse meglio e riuscisse a far pagare le imposte sui redditi invece che sui consumi, sarebbe un bene per tutti e le accise potrebbero scendere. Sappiamo però che non è così. Per quanto riguarda le compagnie petrolifere, credo che le loro responsabilità non siano da far risalire a questioni di “cartello”, ma all’incapacità di programmare il futuro. Il petrolio cresce principalmente per un motivo: in questi ultimi anni si sono sviluppati con modalità prodigiosa due nazioni, come la Cina e l’India, che contano due miliardi e mezzo di abitanti e che, come tutti i Paesi in via di sviluppo, all’inizio consumano quantità enormi di energia. Quest’esplosione ha preso colpevolmente di sorpresa tutti, comprese le società petrolifere, che sono indietro nello sviluppo di nuovi giacimenti. Nel contempo la domanda dei Paesi industrializzati continua a crescere, anche se di poco.

Come incide tutto questo sui redditi reali? Essenzialmente tra il 2000 e il 2007 i redditi reali dei lavoratori dipendenti sono leggermente aumentati di un 4%. Dato che rappresenta una media all’interno della quale ci sono gruppi che vanno benissimo, come i dipendenti pubblici, per esempio, mentre invece i lavoratori dei settori che sono in concorrenza internazionale hanno difficoltà a vedersi riconosciuto un aumento di stipendio. In Italia, insomma, non c’è un problema di retribuzioni reali, ma di disuguaglianza tra settori.

Quali le misure da mettere in campo contro l’inflazione e che rischio c’è di trovarsi di fonte a tassi ancora più elevati tra qualche tempo? La prima cosa di cui dobbiamo essere consapevoli è che non esiste la bacchetta magica. I patti di filiera, la nomina del cosiddetto “mister prezzi”, sono pure illusioni. Quello che fa scendere i prezzi, realmente, è la concorrenza. Un rapporto dell’antitrust di un anno fa circa, dimostrava che tra il prezzo pagato al contadino per il prodotto e quello per il consumatore c’è una differenza enorme. Aggiunga che su questo fronte scontiamo anche un sistema distributivo inefficiente e gli scarsi investimenti nelle catene logistiche.

Quali sono i motivi che giustificano le differenti politiche monetarie americana ed europea? Sono differenze che riflettono situazioni profondamente diverse. Negli Usa viene ammesso candidamente che alcune banche falliranno, una cosa che non succedeva dalla crisi degli anni Trenta e le autorità monetarie reagiscono con tagli, anche esagerati, ma che evidentemente nascono da una situazione realmente grave e suscettibile di ulteriori sviluppi. Basti pensare che dopo la vicenda dei mutui “subprime” il prossimo problema sarà il mancato rimborso delle carte credito. L’America, insomma, è su un ponte di ghiaccio molto friabile. La Banca centrale europea ha il problema opposto, e sta tagliando poco i tassi proprio perché “storicamente” preoccupata di una ripresa dell’inflazione e tagliare può condurre ad incrementi inflazionistici.

7 marzo 2008

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