Quando la finanza è al servizio dell’economia

Una delle donne di spicco nel panorama della finanza italiana, Maria Pierdicchi di Standard & Poor’s, prova a riflettere sul “caso Italia”. Un giudizio anche sulla “finanza etica” di Daniele Piccini

Indicatore sintetico, benchmark, probabilità di insolvenza, rating. Questi concetti sono pane quotidiano per il mondo della finanza, “paroloni” indigeribili per la gente comune, che pure, suo malgrado, in questi giorni di forte speculazione finanziaria sull’Italia, si trova ad averci a che fare: su tg e giornali, o con i propri consulenti bancari. Così, Maria Pierdicchi, managing director di Standard & Poor’s (insieme a Moody’s la società di rating più importante degli Stati uniti) ha provato a gettare un po’ di luce su di essi. Mercoledì (20 luglio) è stata infatti intervistata dal giornalista Rai Franco Di Mare, presso il Museo Macro di via Nizza, nell’ambito di un ciclo di incontri intitolato “Leader, femminile singolare”, organizzato dall’Enel con la collaborazione di Roma Capitale e Macro. Nata a Valdagno (VI), 49 anni fa, laurea in Bocconi con qualche rimpianto per la Facoltà di filosofia, master in Finanza presso la New York University Stern School of Business Admnistration, Premio Bellisario per la finanza 2001. “Corriere Economia” l’ha inserita nell’elenco delle 30 donne più influenti della finanza italiana.

Ma cos’è un’agenzia di rating e che tipo di lavoro svolge?
«Il nostro compito è di dare valutazioni (rating, ndr) su aziende o stati. Diamo cioè un’opinione sulla probabilità di insolvenza di un qualunque ente finanziario ai nostri clienti, per consigliarli nei loro investimenti. Questa nostra opinione la riassumiamo con un “indicatore sintetico”, la lettera “A”, un “benchmark”, una sigla di uso globale. Maggiore è la solidità di uno stato o di un’azienda, maggiore è il numero di A (il massimo è AAA+, ndr). Sono indicatori finanziari molto importanti, preparati da analisti indipendenti e di eccellenza, ma rimangono “opinioni” e il mercato poi rimane libero di decidere. Per esempio S&P aveva segnalato il caso di insolvenza della Grecia già nel 2005, eppure i mercati hanno continuato ad investire in Grecia come se fosse la Germania. In questo lavoro abbiamo una grande responsabilità, per questo le nostre valutazioni sono frutto di analisi a lungo periodo e di accurato dialogo con gli investitori e con le aziende che sottoponiamo a valutazione. Spesso le nostre decisioni non piacciono, ma sono sempre motivate e trasparenti. In questo senso siamo favorevoli alla nascita di un’agenzia di rating europea: la concorrenza in questo settore non può fare che bene. Abbiamo poi degli indicatori che ci dicono se il rating ha funzionato e ha fatto il suo dovere».

Qual è il vostro giudizio sull’Italia?
«L’Italia è uno dei paesi più stabile d’Europa. Era classificato AA-. Poi però a maggio abbiamo iniziato a cambiare opinione per via dell’incertezza politica e della poca crescita e il rating è diventato A+ (la Germania è AAA, ndr). La manovra finanziaria e la sua veloce approvazione è stata giudicata positivamente, ma non sufficiente a modificare la nostra cautela. L’Italia, grazie anche al fondamentale ruolo di vigilanza della Banca d’Italia, ha retto bene la crisi grazie al sistema bancario più stabile e solido d’Europa, addirittura più di Inghilterra e Germania. Ora però servirebbero riforme strutturali: soprattutto riduzione del debito e crescita. Dovrebbero essere liberate le energie positive del Paese, combattendo l’evasione, aumentando le esportazioni, investendo in scuola e ricerca. Facciamo rating su 40 aziende italiane: l’Italia ha senz’altro delle aree di eccellenza. In genere però le aziende nostrane sono troppo piccole, innovano di meno e soffrono nelle esportazioni. In Italia poi sono ancora poco usati i fondi di private equity (un investitore rileva quote di una società apportandovi nuovi capitali, ndr)».

Se è vero che “money goes where money is” (denaro va dove c’è denaro) è possibile secondo lei una finanza etica?
«Ci sono stati degli eccessi che hanno trasformato la finanza in un’attività fine a se stessa e non più al servizio dell’economia e della crescita, ma la finanza non va demonizzata. Va controllata, creando strumenti e regole per monitorizzarla. La finanza serve alla crescita e lo sviluppo dei paesi. Sono gli investimenti finanziari che creano il lavoro e lo sviluppo: se non c’è finanza non c’è lavoro».

21 luglio 2011

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