Rispettare la vita, tra sanità e diritto

Scienza & Vita e gli altri firmatari del manifesto “Liberi per vivere” riuniti a convegno per rilanciarne i contenuti, a dieci mesi dalla morte di Eluana Englaro di Massimo Camussi

“L’uomo è per la vita”. Nelle parole con le quali il testo si apre, è sintetizzato il messaggio chiave del manifesto “Liberi per vivere”, diffuso nel marzo 2009 da Scienza & Vita, insieme al Forum delle Associazioni Familiari e Retinopera, e sottoscritto da 59 sigle dell’associazionismo cattolico italiano. I firmatari si sono ritrovati sabato scorso (19 dicembre) presso il Centro Congressi Cei di Roma per rilanciarne i contenuti, affinché possano incidere ancora nel dibattito politico e nella società civile, a dieci mesi dalla morte di Eluana Englaro.

«Un dibattito – sottolinea in apertura di convegno il copresidente di Scienza & Vita, Lucio Romano – squisitamente culturale, laico, pre-politico; che noi conduciamo con sobrietà, delicatezza e rigore contenutistico. È in gioco la dignità umana, attaccata dal materialismo e dalla mercificazione del corpo e delle relazioni interpersonali». Una “battaglia etica” che ha più fronti aperti, come testimonia la diversità di competenze dei relatori intervenuti all’incontro: psicologia, filosofia, teologia, e soprattutto medicina e giurisprudenza.

«La salute e i trattamenti sanitari irrompono in Italia nella sfera del diritto – ricorda Cesare Mirabelli, magistrato, docente universitario e presidente emerito della Corte Costituzionale – nei lavori dell’Assemblea Costituente». L’Italia e l’Europa, uscite dalla seconda guerra mondiale, avevano appena conosciuto gli orrori del nazismo, dell’eugenetica, delle sperimentazioni biologiche su cavie umane. I deputati dell’Assemblea fissarono nell’articolo 32 della nostra Carta fondamentale “il rispetto della persona umana” contro interventi sul corpo giustificati da interessi collettivi, ma soprattutto il concetto di salute come diritto fondamentale dell’individuo da difendere sempre. «E la salute – commenta il professor Mirabelli – presuppone la vita. La vita viene intesa come bene in sé: ecco perché non esiste un diritto alla morte. Si parla spesso sui media di testamento biologico. Ma “testamento” è una parola legata molto più alla morte che alla vita. Delle parole, purtroppo, si fa spesso un uso deviante, e la corruzione delle parole precede la corruzione delle idee. E riguardo alla “qualità della vita”… esistono forse vite senza qualità?».

«Denunciamo una pressione politica, sociale e mediatica sui soggetti deboli e sofferenti – continua Luciano Eusebi, professore di Diritto Penale all’Università Cattolica di Piacenza – un invito alla “rottamazione”, che nasconde motivi di carattere economico». Sul rispetto totale della vita è basata anche la Convenzione di Oviedo del 1997, nella quale i Paesi del Consiglio d’Europa hanno fissato regole comuni riguardo al delicato rapporto medico-paziente, e definito il cosiddetto “consenso informato”, basato sul concetto di alleanza terapeutica. «In questa alleanza – spiega padre Roberto Colombo, direttore del laboratorio di biologia molecolare presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nonché docente di bioetica alla Pontificia Università Lateranense – il medico gioca un ruolo da protagonista: si prende cura del malato e ascolta le sue esigenze, valuta le sue richieste ma non le accetta a priori. Noi di Scienza & Vita siamo contrari a una autodeterminazione del paziente che elimini il medico, portatore per sua stessa natura di una domanda di senso e di salvezza. È necessario recuperare la concezione generale della cura come ragion d’essere, “sacramento” dell’arte medica».

Questa ars curandi, la faccia umana del lavoro sanitario, è stata ampiamente ricordata durante il convegno: comune è stata infatti la denuncia di eccessiva tendenza a oggettivare il rapporto medico-paziente. La stessa corsa alla materia e all’oggetto ha mutato negli ultimi secoli il concetto di libertà. «Le dottrine individualiste occidentali, approfittando della pressione sempre più debole delle comunità e di una politica sorda ai richiami della dottrina sociale della Chiesa – spiega Paola Ricci Sindoni, docente di filosofia morale all’Università di Messina – hanno costruito negli anni un’idea di libertà astratta, sviscerata dall’etica, dal bene comune e dalla condivisione, relegato alla sfera privata». Quella sterile “libertà come diritto ad avere diritti”, magistralmente cantata da Giorgio Gaber nel 1972. «Ma allora – si domanda la professoressa, vicepresidente di Scienza & Vita – un atto di libertà può portare alla morte, ovvero alla perdita irrevocabile di questo diritto? L’autodeterminazione è antropocentrismo liberticida».

«C’è bisogno quindi di una militanza culturale – chiede in chiusura Lorenza Violini, docente di diritto costituzionale all’Università di Milano – per evitare il definitivo scollamento fra astratta ragione giuridica e realtà. Il vuoto ragionamento ha determinato il caso Eluana».

21 dicembre 2009

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