San Filippo Apostolo

Fra le priorità, per la comunità guidata da don Petracca, la preghiera per le vocazioni e il servizio agli immigrati di Gianluigi De Palo

Una parrocchia di periferia aperta e attenta alle esigenze degli immigrati. Don Antonio Petracca, parroco di San Filippo Apostolo a via di Grottarossa, sa bene di essere in una zona di frontiera: «Nel territorio – spiega – ci sono oltre 18 mila abitanti. Il livello sociale è molto eterogeneo: si passa dalle ville lussuose abitate da famiglie abbienti alle case fatiscenti in cui risiedono parecchi extracomunitari». Con l’insediamento del nuovo polo ospedaliero del Sant’Andrea poi, colosso di tredici piani che sovrasta – tra la via Flaminia e la Cassia – la campagna di Roma Nord, è cambiata anche la conformazione del territorio: non solo è aumentato il viavai di auto e persone, ma molti degli appartamenti sono stati acquistati dagli infermieri.

L’attenzione della comunità nei confronti degli immigrati è confermata dall’organizzazione attenta e premurosa dei gruppi del centro di ascolto della Caritas e delle dame di San Vincenzo: «Il problema più grande è quello del lavoro. Ogni giorno è una processione infinita al nostro sportello parrocchiale che riesce a dare oltre 75 pacchi ogni settimana. Vengono da noi soprattutto immigrati e famiglie povere che non ce la fanno ad arrivare a fine mese». In più, ogni domenica, dopo la Messa di mezzogiorno, la parrocchia apre le sue porte ai filippini che chiedono di celebrare l’Eucaristia all’interno della chiesa: «È bello vedere la loro testimonianza di fede e sono felice di tenere aperta la parrocchia anche per il pranzo successivo».

Il presbiterio è composto da tre sacerdoti della congregazione dei Vocazionisti, fondati nel 1947 dal Venerabile padre Giustino Russolillo, il quale si distinse per lo speciale carisma di cercare, coltivare e promuovere le vocazioni al sacerdozio e allo stato religioso, e portare alla santità tutto il popolo di Dio. Per questo lavoro vocazionale, ideò il Vocazionario, una speciale casa di formazione, per preparare e offrire vocazioni agli ordini religiosi e ai seminari diocesani. Il Vocazionario fu stabilito particolarmente per i giovani privi di mezzi finanziari sufficienti per entrare in un seminario, e per quelli che non hanno ancora fatto la loro scelta della vocazione da seguire. Sulla linea del carisma del padre fondatore, don Antonio quest’anno ha proposto ogni mercoledì ai suoi parrocchiani l’adorazione continua, dalle otto di mattina alle otto di sera per pregare per ogni tipo di vocazione, da quella matrimoniale al sacerdozio. «Abbiamo scelto questo giorno perché coincide con quello del mercato che porta in prossimità della parrocchia molta più gente rispetto agli altri giorni».

Oltre all’oratorio, aperto per dare modo ai ragazzi di giocare insieme e frequentato in particolare dai bambini stranieri che abitano nel quartiere, in parrocchia ci sono due Comunità Neocatecumenali e una del Rinnovamento nello Spirito Santo. «Personalmente – racconta il parroco – accompagno il gruppo biblico Emmaus. Stiamo approfondendo la bellezza e la profondità di tutte le parabole del Regno». Si è concluso da poco infine, dopo circa un anno di sperimentazione, il progetto Care Family Point – Reti di sostegno alle famiglie. L’iniziativa, curata dalle Acli Provinciali di Roma in collaborazione con il Vicariato, l’assessorato alle politiche sociali del Comune e quello della Provincia, ha cercato di creare in parrocchia un luogo fisico e virtuale di socializzazione, di aggregazione e di scambio di beni materiali e immateriali per le famiglie, particolarmente quelle in difficoltà, realizzando iniziative culturali, formative, ricreative e turistiche. Tra le iniziative proposte durante l’anno anche un corso formativo sul tema della genitorialità, curato dal consultorio diocesano Al Quadraro, e l’assistenza psicologica, giuridica, fiscale, di patrocinio e di orientamento professionale. «È stata una bella esperienza, perfettamente in sintonia con le indicazioni della diocesi riguardo al programma pastorale dedicato alla famiglia. In questo modo siamo riusciti a intercettare i bisogni di molti nuclei familiari che per vergogna o discrezione non si erano mai fatti avanti. Grazie a questo progetto abbiamo avvicinato anche molti immigrati in cerca di lavoro che versano in condizioni disagiate».

Don Antonio, che ha visto la sua parrocchia cambiare velocemente negli ultimi anni per la crescita esponenziale del numero degli immigrati, ha un pensiero per loro: «Vorrei che San Filippo Apostolo fosse la loro casa. Dovremo lavorare con impegno sulla capacità di accoglienza di tutte le componenti parrocchiali perché, è triste a dirsi, ma vedo intorno a me un po’ di razzismo. Tante volte ci facciamo in quattro per aiutare i poveri del terzo mondo, ci attiviamo nelle tante esperienze missionarie senza accorgerci che la missione, ormai, dobbiamo farla in casa nostra».

24 marzo 2006

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