Scheda: Nelle parole di mons. Feroci il ricordo di un uomo «senza compromessi»
«Il suo impegno mi è parso sempre molto profondo, così come il suo amore per una terra che ci è stata madre e l’attenzione per la popolazione locale»
«L’avevo accompagnato all’aeroporto di Fiumicino pochi giorni fa. Era venuto a celebrare la Messa il 22 gennaio nella nostra parrocchia e durante l’omelia aveva parlato della Turchia. La sera di domenica poi si era incontrato con un gruppo di giovani per testimoniare la propria esperienza in quella terra di missione. Oggi sono andato a “riprendere” la sua salma a Ciampino. Ancora non riesco a crederci».
Monsignor Enrico Feroci, parroco di Sant’Ippolito, conosceva bene don Andrea Santoro fin dai tempi in cui, ancora alla guida della comunità di San Frumenzio, aveva compiuto con alcuni parrocchiani un pellegrinaggio in Turchia sotto l’attenta guida del sacerdote ucciso a colpi di pistola. Un rapporto che da allora si era andato consolidando grazie a una stima reciproca maturata attraverso diversi incontri: «Quando sono stato a Trabzon – ricorda ancora – il suo impegno mi è parso sempre molto profondo, così come il suo amore per una terra che ci è stata madre e l’attenzione per la popolazione locale. La sua disponibilità nei confronti degli ultimi e di quanti hanno bisogno è stata completa, totale, senza compromessi, esattamente come era don Andrea. Egli ha cercato costantemente, fino alla fine, di tenere accesa la lucerna della fede e di alimentarla in una città di 300mila abitanti».
A dicembre l’ultimo viaggio di monsignor Feroci in Anatolia insieme a tre giovani di circa trent’anni. Una di loro così ricorda quell’esperienza in un lungo articolo pubblicato sul sito della parrocchia di Sant’Ippolito: «Sapevamo che a Trabzon ci aspettavano don Andrea e Loredana, con i quali avremmo per pochi giorni fatto comunità. Una piccola comunità cristiana. Sei persone. Sei cristiani in una terra in cui il cristianesimo è un seme, piccolo come un granello di senapa e in cui due cristiani seguono alla lettera l’insegnamento e il comando del Maestro: siate lievito per gli uomini, siate sale per la terra, annunciate la buona novella fino agli estremi confini del mondo».
Un progetto che don Andrea, nelle parole di quella ragazza, «persegue e nel quale egli crede strenuamente, con caparbietà, fiducia, fede vera. Un sogno che non si stanca di inseguire e che alimenta giorno per giorno con la preghiera, con l’ascolto della Parola, con la mensa dell’Eucaristia, con il contatto della gente, con l’amicizia e il rapporto aperto e disponibile con gli Imàm del luogo, con il continuo e accurato, scrupoloso studio dell’Islam e della cultura mediorientale». Perché l’«accettazione delle diversità realmente esistenti non può prescindere dalla conoscenza. Così come non può prescindere dalla fede salda e genuina nel Dio sul quale si è investita la vita». Di quell’investimento don Andrea ha fatto il dono più grande.
8 febbraio 2006