Se Lei permette: il rinnovamento della Rai

di Elisa Manna

La crisi economica in cui si dibatte la Rai può, come tutte le crisi importanti, trasformarsi in una grande opportunità: quella di ripensare, e sarebbe ora, l’intero impianto del servizio pubblico televisivo.

A fronte di una generica e comprensibile protesta contro un servizio pubblico che rincorre la televisione commerciale sul suo stesso terreno non giustificando perciò né fedeltà né lealtà (vedi evasione del canone) da parte del pubblico, sarebbe un errore ricorrere a forme di tamponamento provvisorio: quello che occorre è una seria riforma del sistema complessivo, già usurato da parecchi anni (visto che il quadro regolatorio risale agli anni Settanta) e oggi più che mai inadeguato.

In Europa nessuna tv pubblica si finanzia tanto con la pubblicità; BBC France Television, le tedesche ZDF e ARD hanno un canone ben più alto. Ed è evidente che la partita si gioca sì sul piano delle risorse, ma che queste sono certamente connesse allo statuto, al ruolo sociale che la Rai si troverà a ricoprire.

È che da diverso tempo che si è come perso il senso delle cose, di molte cose, e forse sarebbe opportuno ripartire dai “fondamentali”; ripartire dai concetti che stanno alla base delle norme e dei contratti.

Quello che dobbiamo porre al centro dell’attenzione e quello che giustifica il servizio pubblico è la tutela del pluralismo culturale prima ancora del pluralismo politico: che senso ha contare i minuti di presenza di questo o quel leader quando la cultura imperante, il messaggio complessivo è la quintessenza di un certo modo qualunquista e superficiale, di concepire la vita? È servizio pubblico una televisione che della donna, cioè di metà della cittadinanza, offre un’immagine riduttiva e, come si diceva quando si ragionava, reificante?

La democrazia, e il servizio pubblico televisivo che ne è architrave, si basa su una pluralità di punti di vista e di visioni del mondo che non edulcori la realtà, ma nemmeno la renda più negativa e sconcertante di quanto già non sia. Una riforma vera troverà l’ingegneria per distinguere la funzione di servizio pubblico da quella commerciale (per dire: scissione e parziale privatizzazione oppure Rai holding): quello che veramente è importante è che si scelga di fare sul serio per rispondere a una domanda, che ormai tutte le ricerche, a cominciare da quelle del Censis, sottolineano. La necessità, cioè, di ritrovare una televisione che faccia cultura, che aiuti la società a crescere, senza inutili timori di rieditare la televisione pedagogica. Per come sta messa la società, un po’ di pedagogia (ma allegra e frizzante) non sarebbe poi un’evoluzione così assurda.

Il management guidato da un nuovo direttore generale che aggrega consenso bipartisan come Lorenza Lei, il sindacato Usigrai, in dialogo con partiti e governo hanno l’occasione per avviare davvero il rinnovamento. La società si deve ricostruire, intorno c’è un “disastro antropologico” e la Rai può fare davvero tanto.

17 maggio 2011

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