Sotto lo sguardo del Padre

di Luciano Pascucci

Noi siamo spesso tentati di agire in funzione dello sguardo che gli altri posano su di noi, di cercare di trovare prima di tutto la loro approvazione e la loro stima. Per noi preti sono lo sguardo e l’approvazione del vescovo, dei superiori e degli altri sacerdoti… Di qui la preoccupazione continua di salvare le apparenze. Voler accreditare continuamente la propria immagine non è che polvere! Quanta esteriorità! Eppure, se ci pensiamo bene il valore della nostra vita è solo quello che possiede agli occhi del Padre. «Rallegratevi, perché i vostri nomi sono scritti nel cielo!» (Lc 10,20).

È il grande valore dell’interiorità. «Quale disgrazia un prete che non è interiore!» (Il S. Curato d’Ars). È lo sguardo del Padre che ci fa riconoscere la verità su noi stessi e sul nostro ministero e ci libera dal giogo pericoloso delle apparenze. Questo sguardo del Padre ci aiuta a vivere nella verità e ci fa crescere nella purezza delle intenzioni; ci fa svolgere il nostro servizio senza pretese. «Siamo servi inutili» (senza utile) (Lc 17,10). Ci risparmia tanti problemi, molti complessi e molte sofferenze. Tante depressioni e nevrosi oggi si fanno strada perché non viviamo unicamente sotto lo sguardo del Padre. Anche nel fare il bene il nostro cuore non deve essere rivolto agli uomini, ma a Dio.

Il bene deve essere fatto per piacere a Dio (Soli Deo gloria). Così non sento neanche il bisogno della ricompensa degli uomini; già lui è la mia ricompensa! «La vera ricompensa la riceviamo dal Signore. Il popolo, infatti, non sarà mai in grado di ricompensare adeguatamente coloro che lo servono per amore del Vangelo» (S. Agostino).

Spesso mi devo chiedere se sto cercando il mio utile o l’utile della Chiesa. «Nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello degli altri… così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (1Cor 10, 24. 33.).

L’interiorità deve essere il principio ispiratore di fondo del nostro ministero. Quello che facciamo deve partire dal cuore, da radicate motivazioni interiori e creare un rapporto con il Padre. Per alimentare questa interiorità la preghiera personale e silenziosa è fondamentale! «Entra nella tua camera e prega il Padre tuo nel segreto!» (Mt 6,6).

«Intendi non una camera delimitata da pareti dove venga chiusa la tua persona, ma la cella che è dentro di te, dove sono rinchiusi i tuoi pensieri, dove risiedono i tuoi sentimenti. Questa camera della tua preghiera è con te dappertutto, è segreta dovunque ti rechi, e in essa non c’è altro giudice se non Dio solo» (S. Ambrogio).

«Credete sempre nell’efficacia del vostro quotidiano servizio sacerdotale! Esso è prezioso agli occhi di Dio e dei fedeli, e il suo valore non può essere quantificato in cifre e statistiche: i risultati li conosceremo solo in paradiso» (Benedetto XVI).

Credo che questa ‘professione di impegno’ di don Primo Mazzolari riassuma meglio di tante parole ciò che noi andiamo dicendo: «Ci impegniamo noi e non gli altri, unicamente noi e non gli altri. Ci impegniamo senza pretendere che altri s’impegni con noi o per suo conto, come noi o in altro modo. Ci impegniamo senza giudicare chi non s’impegna, senza accusare chi non s’impegna, senza condannare chi non s’impegna, senza cercare perché non s’impegna, senza disimpegnarci perché altri non s’impegnano. Ci impegniamo non per riordinare il mondo, non per rifarlo su misura, ma per amarlo. Per amare anche quello che non possiamo accettare, anche quello che non è amabile, anche quello che pare rifiutarsi all’amore, poiché dietro ogni volto e sotto ogni cuore c’è, insieme a una grande sete d’amore, il volto e il cuore dell’Amore. Ci impegniamo perché noi crediamo all’Amore, la sola certezza che non teme confronti, la sola che basta per impegnarci perdutamente».

È proprio vero: lo straordinario è l’ordinario riuscito bene. «Si fa molto di più per Dio facendo sempre le stesse cose senza piacere e gusto» (S. Curato d’Ars). Ci si santifica di più amando ciò che faccio, che facendo ciò che amo. Age quod agis! Fai bene quello che fai! La cosa più importante è: riempire di amore di Dio ogni giornata, senza nostalgie del passato e fughe nel futuro. «Tu lo sai, mio Dio, che per amarti sulla terra non ho altro che l’oggi» (S. Teresa di Lisieux).

Il nostro sacerdozio ce lo giochiamo tutto tra la nostra coscienza e Dio. Neanche la mediazione importantissima della Chiesa può fare da schermo tra noi e Dio. Prima di tutto devo rispondere a Dio, perché la mia chiamata al ministero sacro viene da lui! «Quel Dio, del quale il mondo odierno si interessa così disperatamente poco, mi ha chiamato e anche mandato. Dio mi ha chiamato, Deo gratias! È questo che voglio ripetermi, quando la mia vocazione comporta difficoltà, quando di tanto in tanto gusterò e attraverserò forti delusioni. Non sono stato io a chiamarmi. Dio mi ha chiamato! Allora sopravvengano pure dure sfide – Dio che mi ha chiamato e mi ha mandato rimarrà sempre con me. Non ha forse il Redentore, all’apice della sua vita, pronunciato una simile parola: “Colui che mi ha mandato non mi lascia mai solo! Egli è con me, perché faccio sempre ciò che a lui è gradito?”» (Gv 8,29) (J. Kentenich).

Quanto vale anche per noi sacerdoti quello che dice il salmo 109,4: «Il Signore ha giurato e non si pente: “Tu sei sacerdote per sempre!”». Sapere che i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili ci riempie il cuore di gioia e ci permette di lavorare nella vigna del Signore senza presunzione e senza ansia, senza pigrizia e senza delirio di onnipotenza!

2 marzo 2010

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