Springsteen, le radici nella Bibbia
Simboli religiosi nei testi del “Boss”, in concerto al Palalottomatica di Roma. Canzoni come preghiere di Angelo Zema
“Sono solo canzonette”, cantava tanti anni fa Edoardo Bennato. E non tutti, perfino nel mondo musicale, capirono l’ironia. Non sono infatti solo canzonette. C’è una parte della produzione musicale che va al di là dell’effimero e lascia una traccia. Non sarà un caso se alcune canzoni della musica “popolare” sono ancora ascoltate e amate a distanza di decenni. Sia per la musica sia per i testi, talora particolarmente ispirati. Con l’opportunità di poter far riflettere chi ascolta, come per un buon libro che può portare il lettore in un viaggio all’interno della propria vita.
A garantire quest’opportunità, tra i protagonisti della musica internazionale degli ultimi tre decenni, c’è certamente Bruce Springsteen, che torna a Roma questa sera durante il suo tour italiano. Al Palalottomatica offrirà al pubblico soprattutto i brani del suo ultimo album, “We shall overcome – The Seeger sessions”, attraverso cui compie un’operazione di recupero della musica popolare americana, continuando un suo personale percorso che passa per “miti e visioni d’America”, come recita il sottotitolo del recente saggio del giornalista Luca Miele (Avvenire), “Oltre il confine”, dedicato proprio ad un’analisi dei testi del “Boss”.
In questa sede ci interessa sottolineare – come abbiamo già fatto domenica scorsa su Roma sette, in edicola con Avvenire – la presenza del patrimonio religioso, in particolare di immagini tratte dalla Bibbia, tra le fonti di ispirazione della produzione springsteeniana. A porre l’attenzione, negli anni scorsi, su quest’argomento è stata l’autorevole rivista La Civiltà Cattolica. Rispetto a un panorama della critica musicale “ufficiale” che dimentica quest’aspetto o lo ignora volutamente.
In un saggio del critico letterario padre Antonio Spadaro, molto attento all’universo della cultura “made in Usa”, che faceva seguito all’uscita dell’album di Springsteen “The rising” – dedicato alla tragedia dell’11 settembre 2001 – si notava come l’ispirazione del musicista del New Jersey «sia ricca di figure, termini e simboli di valore religioso. Alla palese ribellione degli anni dell’adolescenza fa riscontro una sensibilità per il linguaggio e i simboli della fede cristiana».
Considerazioni che, lungi dal “tirare per la giacchetta” da una parte l’intenzione dell’artista, pongono l’accento su un aspetto appunto messo in ombra nelle recensioni della produzione del “Boss” (così è noto Springsteen tra i suoi fans) che si è soliti leggere su quotidiani, periodici e altri media. Già nel 1975, del resto, con il disco che lo portò al successo, “Born to run” (Nato per correre), il musicista usava parole come “faith” (fede), “redemption” (redenzione), “promised land” (terra promessa), fino ad invocare un “saviour”: “che da queste strade si levi un salvatore”. Nel seguito del suo percorso artistico – infarcito di storie, quasi racconti brevi, sui “perdenti” dell’opulenta America e, non di rado, di immagini crude – emerge un’inquietudine per la quale una teologa svedese lesse una delle più celebri canzoni di Springsteen, “Hungry heart” (Cuore affamato), accostandola alle Confessioni di sant’Agostino.
Dopo il successo planetario di “Born in the Usa”, l’uscita di “Tunnel of love”, che – affermava padre Spadaro nel suo saggio – portò la rivista americana Rolling Stone a commentare come da quest’album si percepisse «l’educazione cattolica ricevuta da Springsteen: i protagonisti pregano ripetutamente di essere liberati dal male, le storie d’amore sono rappresentate come una manifestazione della grazia divina». Lo sguardo sul mondo e su stesso fa i conti con la maturità dell’uomo-musicista, nel permanere di un’inquietudine di fondo. Tornano, anche negli album successivi, le immagini bibliche, di cui sarebbe lungo dar conto ma sulle quali anche il saggio di Miele si sofferma.
Merita forse ricordare, in tempi come questi dove la vita è così minacciata e così poco valorizzata, i veri e propri versi di “Living proof” (Prova vivente), tratto da “Lucky town” (1992), secondo Spadaro «un vero e proprio inno alla paternità». «Una notte d’estate in una stanza buia/entrò una minima parte della luce eterna del Signore/urlando come se avesse inghiottito la luna accesa/Nelle braccia di sua madre c’era tutta la bellezza possibile/come le parole mancanti di una preghiera che non sarei mai riuscito/a inventare/In un mondo così duro e sporco così disonesto e confuso/in cerca di un po’ della misericordia di Dio/ho trovato la prova vivente». Scritti da uno che dopo la paternità ha detto: «I bambini hanno una finestra aperta sulla grazia che c’è nel mondo».
Dopo un tuffo in un mito della letteratura americana – come “Furore” di Steinbeck, che ispira a Springsteen l’album acustico “The ghost of Tom Joad” (il protagonista appunto del romanzo reso ancor più popolare dal film di John Ford) – ecco, nel 2002, l’album che, come detto, è dedicato alla tragedia delle Torri Gemelle. Titolo emblematico, “The rising”, che nella traduzione ufficiale è identificato con “sollevarsi”. «La parola “risurrezione”, che è così chiara e nello stesso tempo capace di tenere insieme molte sfumature – osserva padre Spadaro – non viene quasi mai utilizzata. Vengono scelti sinonimi, a volte anche un po’ contorti». Conferma di come possa essere oscurato ciò che richiama alla religione cristiana. La “valenza redentiva” che emerge dai testi di “The rising” appare qua e là in tutto l’album, ma alcune canzoni sono vere e proprie preghiere.
“My city of ruins”, la “mia città di rovine”, scritta ancor prima della tragedia dell’11 settembre, è un inno all’America ferita al suo interno. Con immagini crude e di grande poesia. E l’appello “Come on, rise up”, collettivo “Alzati, risorgi”. «E che non sia solo una rinascita “civile” – scrive Miele nel suo libro – lo conferma il finale della composizione, ancora un’invocazione a Dio perché dia “fede”, “forza”, “amore”».
Il percorso continua, su questa scia, con l’ultimo cd, che sarà proposto questa sera a Roma. In un’intervista a un giornalista, lo stesso Springsteen ha chiarito la ragione della scelta di riarrangiare un nutrito numero di canzoni popolari, a cominciare dalla celebre “We shall overcome” di Pete Seeger, che per tanti anni ha accompagnato le lotte per i diritti civili (ed è stata interpretata dai grandi della musica, uno per tutti Louis Armstrong). «Quando saltò fuori l’idea di cantarla, dissi a me stesso: non posso farlo. Tutti conoscono questa canzone, è un’icona. Ma cos’era prima di diventarlo? Così guardai indietro e capii: era, è una preghiera. Allora, dissi a me stesso, posso farlo. So come si prega».
Tra i brani della serata, con i sedici elementi della band e strumenti della tradizione popolare, non mancherà un classico spiritual come “O Mary don’t you weep” (Maria non piangere). «Maria non piangere, l’esercito del Faraone è annegato, Maria non piangere», recita il ritornello. Un riferimento alla storia dell’Esodo, metafora di liberazione per gli schiavi afroamericani. Ma anche qualcosa di più, aggiungiamo noi. In quella Maria – nome spesso evocato nelle canzoni del “Boss” – potrebbe celarsi un’altra immagine biblica, quella della sorella di Aronne, Maria appunto, che invita a innalzare al Signore un canto dopo la sconfitta del Faraone (Esodo capitolo 15). Ma ci piace pensare anche ad un’altra Maria che, questa volta nel Nuovo Testamento (Vangelo di Giovanni, capitolo 20), viene indicata, dopo la morte di Gesù, mentre stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. «Donna, perché piangi?», la interrogano due angeli, e con la stessa domanda è proprio Gesù, dopo, a rivolgersi a lei. Ma «Mary don’t weep», recita lo spiritual. L’esercito del Faraone è annegato, Cristo è risorto. Antico e Nuovo Testamento in un unico riferimento. C’è ancora una volta la Bibbia come radice nella produzione di Springsteen. Esplicitamente. Anche se oggi, sui media, nessuno ne parla.
10 ottobre 2006