“Ti amo, Maria”, un’ossessione d’amore

In scena al teatro dell’Angelo fino al 28 ottobre la storia di «un curioso teorema sulla felicità», così affannosamente inseguita che poi «non se ne sopporta il peso» di Toni Colotta

Nel 1990 debuttò al Valle la commedia “Ti amo, Maria” con rimarchevole successo. L’autore, allora giovane, Giuseppe Manfridi si era già distinto per una sua personalissima intensità espressiva. Ed ora, fino al 28, il Teatro dell’Angelo, in Prati, ripropone la pièce, premiata e applaudita in mezzo mondo. L’esordio segnò una rara combinazione di interpreti, un convincente Carlo Delle Piane, di solida fama cinematografica alla sua prima esperienza di palcoscenico, accanto ad una straordinaria Anna Bonaiuto.

Il titolo, “Ti amo, Maria”, dal vago profumo sentimentale, in realtà nello sviluppo contrassegna un’azione di forte pathos che arieggia lo Strindberg più amaro. Sandro ama Maria e la cerca, la trova, la circuisce quando ormai da anni la relazione amorosa si è chiusa. Ed è la più spasmodica delle passioni perché non riesce a recuperare l’antico rapporto, frustrato dalla reiterata ripulsa dell’amata. Merito dell’autore è avere drammatizzato questa nervosa fase di stallo fra i due ex con un dialogo che teatralizza la nevrosi, senza tetraggine, anzi dando voce a un po’ di spirito mordace affidato alla versatilità degli interpreti.

Allora, nel ’90, un autorevole commentatore definiva la tragicommedia di Manfridi «un’autopsia minuziosa eseguita con il bisturi di una scrittura lucida e affilata, incrudelita e turbata dalla materia in cui affonda». Impegno non comune per gli attori. Al cast eccezionale Bonaiuto-Delle Piane succede in questa ripresa dell’Angelo una nuova coppia di artisti ben collaudati, Debora Caprioglio e Antonello Avallone, con la regia di Giancarlo Fares. In una nota il nuovo spettacolo è presentato come «un paradosso nell’ossessione d’amore, un curioso teorema sulla felicità così affannosamente inseguita che quando la si raggiunge non si è in grado di sopportarne il peso».

Quel che distingue Giuseppe Manfridi nell’attuale poco roseo panorama della drammaturgia nazionale è la vastità delle tematiche affrontate nelle sue opere, in un instancabile scavo nella condizione umana in contesti sociali e culturali disparati. Citiamo a memoria qualche esempio illuminante: “Giacomo il prepotente” sulle ultime ore di Leopardi fra solitudine e amicizia, la rivisitazione di Medea e di Nerone, Edith Stein nel lager o gli Apostoli confusi dopo il Golgota. E la riflessione sul presente, giù giù fino all’immersione nel prediletto mondo del calcio in “Teppisti” e “La partitella”. Con una scrittura, anche in versi, moderna e antica nello stesso tempo. Una ricerca del nuovo, che continua.

8 ottobre 2012

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