Tolkien come fenomeno culturale
Marietti propone una collana sull’inventore degli Hobbit: ecco il quinto volume con le riflessioni del professor Brian Roserbury di Andrea Monda
Dare a Tolkien quello che è di Tolkien. Riconoscere nel famoso inventore degli Hobbit non soltanto un fortunato scrittore di saghe fantasy, ovvero di una narrativa d’intrattenimento o di mera evasione, ma un autore tra i più profondi, significativi e rappresentativi della letteratura del XX secolo. È questo il senso dell’operazione editoriale intitolata “Tolkien e dintorni”, messa in piedi dalla Marietti, che ormai è giunta al quinto volume con questo meticoloso saggio del professore Brian Roserbury, nato da una precisa considerazione dell’autore: «La mia personale opinione è che le debolezze intrinseche di metodi di base della critica letteraria […”> abbiano danneggiato la comprensione dell’opera di Tolkien, la quale, in particolare, ha dovuto subire la proiezione di significati ad essa estranei, significati talvolta riduttivi, tendenziosi o storicamente impossibili, e ne ha perciò sofferto».
Uno dei problemi che gli studiosi dell’opera di Tolkien si trovano a dover affrontare è in effetti quello di dover sempre iniziare dalla pars destruens, cioè demolire, prima di cominciare a illustrare la figura e il valore letterario dello scrittore inglese, tutta quella serie di luoghi comuni e di fraintendimenti che sulla sua figura si sono accumulati negli ultimi decenni. È il destino che tocca anche a Rosebury che pone al centro della sua riflessione “Tolkien come fenomeno culturale”. In realtà l’autore del saggio, che dimostra sin dalla prima pagina di muoversi perfettamente a suo agio nel mondo di Tolkien (sia sotto il profilo biografico che in quello eminentemente letterario), cerca di districarsi da quella pars destruens, volendo invece costruire e ricostruire un profilo convincente e avvincente dello scrittore inglese, ma inevitabilmente deve fare i conti con alcuni nodi tematici, come ad esempio quello del presunto pacifismo di Tolkien, che Rosebury scioglie con meticolosa precisione.
«Lo scopo principale di questo libro – spiega l’autore – è quello di capire e valutare le opere di Tolkien in quanto composizioni, ovvero prodotti dell’arte letteraria che costituiscono esperienze estetiche per i lettori; di spiegare le opinioni di Tolkien sull’arte, sulla religione, sulla morale e sulla politica; e di discutere della ricezione della sua opera e alcuni dei fenomeni culturali che ne sono derivati». Apparso nel 2003 in Inghilterra, il saggio di Rosebury è uno dei più ricchi e completi degli ultimi anni su Tolkien. Si può dividere idealmente in due parti: i primi tre capitoli sono infatti dedicati all’opera letteraria, scandagliata con acume e un approccio disinvolto, non convenzionale (che rende anche piacevole la lettura); mentre il tema della seconda parte, più innovativa, si evince dai titoli degli ultimi tre capitoli, “Tolkien e il XX secolo”, “Il posto di Tolkien nella storia delle idee” e “Il fenomeno culturale”, con un’interessante approfondimento sulla trasposizione cinematografica di Peter Jackson. Un’altra ghiotta occasione per gli amanti di Tolkien ma, soprattutto, per chi vuole (ri)dare a Tolkien quel che è di Tolkien.
“Tolkien: un fenomeno culturale”, di Brian Rosebury. Marietti Editore 2009 p.325, 26 euro.
26 ottobre 2009