Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo

di Rebecca Nazzaro

Alla sorgente della Bellezza contemplata e poi perduta da Adamo, c’è la Bellezza infinita dell’essere di Dio: il Verbo, facendosi carne, nella persona di Cristo, l’ha assunta su di sé, ristabilendo quella pienezza che il peccato e il male avevano profanato ed avvilito. Il volto di Cristo irradia la luce della Verità, “sulle sue labbra è diffusa la grazia” (ivi), il suo corpo di uomo riluce non solo di una bellezza esteriore e terrena ma anche della Gloria dell’Annuncio che gli imprime il segno della sua unicità.

Non dimentichiamo, però, l’altro volto di Cristo, cioè quello dell’uomo del dolore, abbandonato dagli uomini, oggetto di scherno, quel volto in sofferenza che non attira lo sguardo: “non ha bellezza né apparenza; l’abbiamo veduto: un volto sfigurato dal dolore” (Isaia 53,2). Il volto spirante di Cristo, il suo corpo contratto e flagellato, testimonia, infatti, una bellezza diversa, che ferisce ma anche che salva. Nella deformazione del suo corpo martoriato, esalta, invece che abdicarvi, la sua natura divina, come molto bene indica il termine deformitas che assomma in sé il significato più immediato di bruttezza ma anche quello di “forma di Dio” (dei-formitas).

La figura di Cristo è segnata da questa natura paradossale, eppure non contraddittoria: Cristo “pantocrate” dell’iconografia bizantina, magnificente, rasserenante, maestoso, salvatore, di una dolcezza che promette consolazione, e Cristo umiliato, svuotato, eclissato che muove a compassione ma anche ad inquietudine e che arriva come una sferzata agli occhi di chi lo guarda.

La sua bellezza, lontano dall’essere un confortevole possesso o una rasserenante contemplazione è un’esperienza che “punge” e fa dolore, che ci scuote più che lasciarci pacificati. Il Cristo sulla croce è la pietra d’inciampo per i tracotanti e gli orgogliosi, confonde le certezze, scompiglia i limiti tra sofferenza e beatitudine, tra agonia e letizia.

Lo scandalo della croce, l’esperienza vertiginosa e abissale del confronto con questo gesto di donazione senza riserve, di gratuità assoluta, è lì per richiamarci alla riflessione sulle questioni ultime, sul nostro modo di essere nel mondo.

Bisogna saper accudire dentro di noi questa commozione ed anche il senso di sgomento che ci prende davanti a un amore così grande, ad una carità vissuta fino al sacrificio, come ci testimonia la Passione di Cristo.

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date»: questo passo del vangelo di Matteo (10, 8), ci esorta all’ imitazione di Cristo, Suprema Bellezza che è dono e sacrificio. Anche in noi, quindi, ci sia ancora spazio, in questo mondo turbato, per la donazione che non chiede compenso, e per la gratitudine.

18 marzo 2008

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