“Un amore di gioventù”, realismo e melò

La pellicola della 31enne Mia Hansen-Løve (nella foto), difficile da definire, è il paradigma di un cinema del terzo millennio che chiede allo spettatore partecipazione e riflessione di Massimo Giraldi

Appena due anni fa si era fatta conoscere e apprezzare anche in Italia con Il padre dei miei figli, una asciutta cronaca familiare che diventava dramma improvviso e lacerante. Oggi la 31enne Mia Hansen-Løve è nelle sale con Un amore di gioventù, film difficile da definire, costruito su un’incerta linea di confine tra realismo, sentimentalismo, melò, tra una acuta intenzione di «osservare» e una spinta al superamento del vero.

A Parigi, nel 2000, ecco Camille, 15 anni, e Sullivan, 19. Vivono una intensa storia d’amore, tutta palpiti, dolcezze, trattenute intimità. Fino a quando lui, irrequieto, decide di seguire il proprio impulso e parte per il Sud America. Dopo un lungo periodo di triste solitudine, Camille, dedicatasi con profitto agli studi di architettura, conosce Lorenz, appunto un architetto norvegese che lavora a Parigi. I due entrano in sintonia professionale, e ben presto avviano una relazione. Tuttavia, quando Sullivan torna in città, i ragazzi si vedono di nuovo, sembra che il tempo si sia fermato e la passione rinasce. Ma anche stavolta indecisioni e timori hanno la meglio. Lui parte, lei torna da Lorenz ed eccola ora passeggiare lungo la Loira…

All’inizio il copione vuole confrontarsi con il momento, bellissimo e rischioso, dell’incontro con il primo amore: con il fascino, i timori, le paure che un sentimento così forte regala fino allo smarrimento. Camille e Sullivan camminano sul sentiero dell’assoluto, incapaci di pensare a qualcosa di diverso, e insieme consapevoli di non essere preparati a gestire le loro emozioni. Siamo del tutto all’interno di quel groviglio affettivo che offre a chi lo vive la sensazione di sentirsi allo stesso tempo padrone del mondo e, subito dopo, in una terribile solitudine. La radiografia è nitida, segnata da sensibilità violate, equilibri sfiorati, ritrosie accennate. Nella dinamica successiva, affiorano però alcune battute a vuoto, la tensione interiore si attenua, cala l’impatto tra fremiti del cuore e ribellione emotiva.

Quando il momento appare inevitabile, la regista scappa dal melò, sceglie un’osservazione neutra, dà ai fatti una cornice di gelida rassegnazione. Camille soffre, ma è come se guardasse se stessa da lontano, ora coinvolta ora estranea. Restano solo sfiorati o accennati i sulfurei, ispirati, provocatori giochi sentimentali che cesellavano le pagine di rohmeriana memoria. La differenza è che l’individualismo di Camille non riesce (o non ha interesse) a entrare in sintonia con altre sensibilità, la ragazza diventa donna da sola, l’amore riscalda ma alla fine lascia soli e freddi. Un teorema geometrico e spigoloso, un cinema del terzo millennio che chiede partecipazione e riflessione. Senza prendere tutto per vero.

23 luglio 2012

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