Un centro per le gravidanze patologiche

Al Gemelli la prima realtà in Italia, realizzata da La Quercia Millenaria con il Day hospital di Ostetricia del policlinico universitario diretto da Giuseppe Noia. L’appello: servono politiche familiari di sostegno di Mariaelena Finessi

«A braccia vuote»: è questa l’espressione, affilata come una lama, alla quale molti ricorrono per definire l’interruzione dell’attesa, quella dei genitori che vivono il dramma della morte del loro bambino che la scienza medica chiama “feto terminale” per spiegarne “l’incompatibilità con la vita” a causa delle gravi malformazioni da cui è affetto. A sostenere le gravidanze fortemente patologiche e ad occuparsi in special modo proprio di questi piccoli – che a volte muoiono già nel grembo materno, altre a poche ore dalla nascita – è il centro di Caring Perinatale, prima realtà del genere in Italia, realizzato da La Quercia Millenaria Onlus in collaborazione con i ginecologi del Day hospital di Ostetricia del Policlinico universitario Agostino Gemelli di Roma, diretto dal professor Giuseppe Noia. Un Centro nato sul web nel gennaio del 2005, trasformato in onlus nel 2006 e presto affiancatosi al servizio di diagnosi e terapia fetale dell’ospedale cattolico.

Lo scorso 26 maggio, in occasione del convegno a Roma “Il dono della cura, la cura del dono” promosso da “La Quercia Millenaria” con il patrocinio dell’Aigoc-Associazione italiana ginecologi e ostetrici cattolici, oltre che dell’Università del Sacro Cuore e del Policlinico Gemelli, è stato presentato il bilancio sulle attività del Centro. In sette anni sono stati seguiti circa 242 casi di gravidanze con sindromi mal formative o polimalformative gravi, di cui il 46% era rappresentato da condizioni di anomalie cromosomiche, malformazioni del sistema linfatico con quadri idropici molto gravi, cardiopatie complesse e forme di nanismo tanatoforo. Nel restante 54% dei casi l’intervento di terapia fetale integrata è stato attuato lungo una linea di intervento multi-specialistico ma sempre evitando forme di accanimento terapeutico.

Un lavoro e un’attenzione ai neonati che nel 2008 hanno permesso alla Quercia di essere inserita, quale unico Perinatal Hospice italiano, tra i 71 in totale censiti in tutto il mondo negli ultimi 20 anni. Ciò che in sostanza viene proposto ai genitori è un’alternativa all’aborto. «Il rispetto della vita inizia dall’analisi prenatale – spiega Noia -. L’ecografia, invece, è diventata una forma di terrorismo contro la donna alla quale il rischio potenziale di una malattia viene prospettato sempre più spesso, e tout court, come certezza». Se è dunque vero che con l’avvento della ecografia in 3D e 4D la capacità di diagnosi prenatale si è espansa, la capacità di fare prognosi prima della nascita rimane invece molto bassa. «Con diagnosi e consulenze adeguate – continua Noia – le malformazioni si riducono invece del 40-50%. Molti, ad esempio, pensano che l’idroma cistico porti sempre alla sindrome di down, ma non è così: in molti casi l’idroma regredisce». Nel dubbio, la soluzione è invece l’aborto, «proposto sulla base della falsa idea che per eliminare la sofferenza occorra eliminare il sofferente e che comunque piccolo embrione equivalga a piccolo trauma». «Così non è – chiarisce la neonatologa Patrizia Papacci -. Non è il poco tempo trascorso insieme al bambino a rendere lieve la perdita. Anzi, l’assenza di un vissuto comune non offre ricordi a cui aggrapparsi per lenire il dolore della perdita».

Un trauma che in Italia viene minimizzato mentre i dati sulle conseguenze dell’interruzione della gravidanza non lasciano dubbi: «In seguito all’aborto volontario – racconta Noia -, il 90% delle donne ha danni psichici, il 50% inizia a bere, il 60% accarezza l’idea del suicidio, il 28% lo tenta davvero e il 25% prova risentimento e odio verso tutte quelle persone che l’hanno spinta o appoggiata nella scelta abortiva». Anche per le donne che non desiderano abortire le sofferenze sono però grandi, «spesso lasciate sole, senza essere supportate per la probabile perdita dei loro bambini e la gestione del loro dolore». Ad una sempre maggiore professionalità dei medici, che abbiano «solidi convincimenti morali», sintetizza Alessandro Caruso, ordinario dell’Istituto di Clinica ostetrica e ginecologica della Cattolica di Roma, dovrebbero corrispondere efficaci e diffuse politiche familiari di sostegno: «Non si possono lasciare da soli, i medici e le famiglie, davanti a questioni tanto grandi».

29 maggio 2012

Potrebbe piacerti anche