Una “bussola” poco poetica e originale

Dopo “Harry Potter” e “Le cronache di Narnia”, è sugli schermi il fantasy tratto dalla trilogia di Philip Pullman di Massimo Giraldi

È sugli schermi “La bussola d’oro”. In un passato indefinito (ma simile all’Inghilterra del 1800), c’è un mondo in cui le streghe dominano i cieli e gli orsi polari sono i guerrieri più coraggiosi. Ogni essere umano è collegato al proprio «daimon», spirito animale che lo segue e lo consiglia, mentre il «Magisterium», che controlla l’umanità, deve fronteggiare il pericolo rappresentato dall’ultima bussola d’oro esistente. Questa è nelle mani della dodicenne Lyra, che da Oxford intraprende un viaggio per liberare i suoi coetanei e garantire il futuro del mondo.

Alcune polemiche sono rimbalzate in Europa dagli Stati Uniti circa il tono anticlericale dell’operazione. Che l’impianto di fondo del racconto rimandi a una visione dai toni protestanti è difficile negarlo, ma si tratta di quelle valenze insite in una cultura anglosassone, e più in genere nordeuropea, che attraversa l’immaginario di lingua inglese e che è presente anche nella saga di Harry Potter. È il primo romanzo di una trilogia scritta da Philip Pullman col titolo complessivo “Quelle oscure materie”. Resta più opportuno collocare il film nel genere «fantasy», vederlo come tale, e semmai rilevare che, dopo appunto “Harry Potter”, “Signore degli anelli”, “Narnia” e simili, il copione risulta poco originale, un po’ confuso e non sempre facile da seguire per i più piccoli. Lo spettacolo è ben realizzato, ma manca quella poesia che coinvolge e emoziona.

16 dicembre 2007

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