“Via da Gormenghast”, trilogia di Peake
Dopo vent’anni esce il terzo volume della saga pubblicata da Adelphi, che ha come protagonista Titus Groan. Il tema: la fuga e il ritorno a casa di Andrea Monda
«Non esiste un altrove. Tutto conduce a Gormenghast». Con queste parole si era chiuso il secondo episodio della trilogia scritta tra il 1946 e il 1959 da Mervyn Peake di cui ora finalmente in Italia esce il terzo volume, “Via da Gormenghast” (quasi 20 anni dopo il primo, sempre con Adelphi).
A parlare era stata la madre di Titus Groan, il protagonista della trilogia, e la sua affermazione, inquietante e categorica, getta una luce sull’intero terzo episodio che ruota intorno al tema della fuga e del ritorno a casa, la fortezza-universo Gormenghast, senza la quale Titus è solo (e infatti il titolo originale dell’opera è «Titus alone»).
Nato nel 1911 a Kuling, in Cina, Peake ha vissuto fino all’età di 12 anni nella città di Tientsin, all’interno del cosiddetto «French compound», il distretto in perfetto stile europeo alla periferia della città, circondato da un alto muro con torrette vigilate da sentinelle armate; è fin troppo facile il parallelo tra Gormenghast e il «compound» che al momento dell’addio spingerà Peake a scrivere: «Qualunque cosa succeda io torno e devo tornare al mio compound. Adesso che non vedrò la Cina mai più sono tagliato via dalla mia gioventù, sono perso senza il lungo, secco compound».
Il protagonista assoluto di questa trilogia è infatti la fortezza stessa di Gormenghast di cui Titus Groan, 77° conte de’ Lamenti, è sovrano ma anche prigioniero. «Gormenghast è un universo tautologico, che parla continuamente di sé e afferma solo se stesso», in cui lo scrittore è piuttosto «un evocatore di immagini da portare alla luce, e sono immagini dove l’umanità è sempre presente dentro le cose», ha osservato Saverio Simonelli in uno dei pochi saggi dedicati a questo singolare scrittore inglese. Uno scrittore che è stato anche un ottimo illustratore (secondo Graham Greene, suo amico ed «editor» della trilogia, nessuno meglio di Peake ha interpretato la favola di Alice nel paese delle meraviglie) che ha raggiunto il grande successo solo dopo la sua morte, nel novembre del 1968.
Da almeno due punti di vista (contenuto e forma) il terzo episodio rappresenta quasi un’eccezione interna all’opera di Peake: il romanzo parla di un Titus al di fuori del suo regno-carcere per raccontare di un altro universo, un paese futuribile e tecnocratico governato da un potere che controlla gli abitanti con strumenti elettronici; e, come linguaggio, se i primi due episodi crescevano faticosamente in questo terzo è tutto più veloce, a scatti, frantumato. La trilogia di Peake è stata paragonata a quella di Tolkien, ma si muove più dalle parti di Orwell o Kafka, forse con quel briciolo di speranza in più che ha spinto lo scrittore a far incidere sulla propria lapide l’incipit di una sua poesia: «La vita in sé è un miracolo sufficiente».
“Via da Gormenghast” di Mervyn Peake, Adelphi, Milano 2010, pp.329, 19 euro
29 marzo 2010