“Volver” e le ossessioni di Pedro Almodovar

Una pellicola sul senso del “ritorno” con in primo luogo il recupero dei luoghi d’origine da parte di chi è andato altrove di Massimo Giraldi

È in sala il nuovo film di Pedro Almodovar. Si intitola “Volver”, ossia “tornare”, e su questo tema si dipana l’intera vicenda. Il ritorno, veramente, ha molte facce nel copione del regista spagnolo. In primo luogo il recupero dei luoghi d’origine da parte di chi è andato a vivere nella capitale. Ed ecco allora la regione della Mancha, identificata dalla versione moderna dei mulini a vento, lo stesso vento che spazza strade, campi, e «rende gli abitanti un po’ matti».

Per Almodovar la Mancha è la casa e qui vanno e vengono tre donne (due sorelle e la figlia di una di loro): ci sono poi una madre morta, una zia che muore, un’amica che ha il cancro e da anni non sa più niente della mamma. Ancora una volta Almodovar insegue le proprie ossessioni: il ventre materno, l’origine della vita e la sua fine, il pianeta donna come luogo di interrogativi e di incomprensioni, la Spagna, forse anch’essa femmina. Sovrabbondante nella trama, non privo di eccessi da melò, svuotato di presenze maschili, nell’insieme irrisolto, “Volver” può affascinare e irritare. Perché il regista scava nelle profondità dei sentimenti e a rivelarsi è un confronto spesso poco piacevole.

21 maggio 2006

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