Wilcock, il grande amore per la scrittura

Il reato di scrivere è una raccolta, ironica e intelligente, degli articoli pubblicati dal poeta e critico argentino tra gli anni Sessanta e Settanta di Andrea Monda

«Wilcock ha il privilegio della solitudine, un privilegio intollerabile in ogni forma di società, figuriamoci in quella letteraria, che infatti, non riuscendo a inserirlo in nessuna scuderia, ha preferito dimenticarsene e passare ad altri scrittori più docilmente apprezzabili». Così Edoardo Camurri nella preziosa postfazione al “Reato di scrivere” presenta questa strana figura di scrittore, Juan Rodolfo Wilcock, poeta e critico argentino, amico di Jorge Luis Borges, di Silvina Ocampo e di Adolfo Bioy Casares, che ha vissuto buona parte della sua vita in Italia, morendo a Lubriano, vicino Viterbo nel 1978 a 59 anni.

Un solitario, ma con alcune accortezze: amico di altri scrittori, non solo argentini, Wilcock condivide con Tolkien il suo essere «in-etichettabile», ha in comune con Cristina Campo la tendenza alla «sprezzatura» e con Baudelaire e Tondelli l’amara consapevolezza che «la letteratura non salva, mai», un’amarezza che paradossalmente gli dona la grazia del buonumore. È sempre Camurri che sottolinea come lo humour per Wilcock sia un’arma che egli usa «contro la pesantezza degli agit-prop della cultura. Stiamo parlando di quel ceto medio riflessivo che è convinto che la letteratura e gli intellettuali possano e debbano rendere migliore, a seconda del proprio entusiasmo, uno spazio elastico che può andare dal proprio rione al mondo intero».

In effetti queste poche pagine che raccolgono alcuni degli articoli che Wilcock pubblicò sul Mondo e sulla Voce Repubblicana tra gli anni ’60 e ’70 fanno spesso ridere, grazie a una verve ironica tagliente e corrosiva incanalata in modo implacabile verso l’obiettivo di ridicolizzare le manie, le vanità e i paradossi della società letteraria italiana. Ne scaturisce un libretto molto destruens ma che, tra le righe, non nasconde anche un grande amore per la scrittura che emerge ad esempio quando Wilcock s’interroga sulla morte del romanzo e osserva che la domanda è pleonastica, perché esso vive fin quando la lingua è viva in quanto l’essenza del romanzo è il desiderio di raccontare e senza il racconto tutto è vaniloquio.

Oppure quando, sempre nella sua strenua difesa della lingua, afferma che «l’immoralità è l’uso scorretto della lingua. Molti, anche inconsapevolmente, non sanno cosa sia l’uso corretto del linguaggio, vi è quindi una incompatibilità con l’etica. Alcuni poi affermano che la lingua italiana non esiste, però stranamente l’affermano in italiano. Però essi dimenticano che la lingua è più forte di ogni tirannia».

Infine quando, con acuta profondità (e in piena controtendenza rispetto alle mode dei suoi tempi), antepone il «fuori» al «dentro» osservando che «quando si è ignoranti si può fare di tutto. Tranne che creare. E per creare bisogna conoscere il mondo esterno e solo come ultima risorsa il mondo interiore».

“Il reato di scrivere”, J. Rodolfo Wilcock, Adelphi, Milano 2009, pagg. 88, 6 euro

26 aprile 2010

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