Harry Potter lotta fra magia, bene e male

La saga del maghetto di Hogwarts raggiunge quota 5, la più alta dei «serial» cinematografici degli ultimi anni di Massimo Giraldi

Con «Harry Potter e l’Ordine della Fenice», appena uscito in sala, la saga del maghetto di Hogwarts raggiunge quota 5, la più alta dei «serial» cinematografici degli ultimi anni (i vari «Superman», «Pirati dei Caraibi», «Fantastici 4»). Un piccolo riassunto si impone. Si era cominciato nel 2001 con «Harry Potter e la pietra filosofale», nel 2002 esce «Harry Potter e la camera dei segreti»; a seguire «Harry Potter e il prigioniero di Azkaban» (2004), cui succede «Harry Potter e il calice di fuoco» (2005). È dal quarto episodio che qualcosa cambia decisamente. Le atmosfere fiabesche, con toni colorati e divertenti, cominciano a lasciare il posto ad un unico colore dominante, quello del buio, delle sequenze notturne, delle azioni svolte in sotterranei cupi o in boschi minacciosi. Ed eccoci all’oggi. Lord Voldemort è tornato. Per difendersi da lui, Harry ha dovuto mettere in atto alcune magie proibite. Così, nella casa degli odiati zii Babbani, gli arriva la notifica di un processo cui dovrà sottoporsi al Ministero della Magia per riuscire a discolparsi. Ma il peggio deve ancora arrivare. Ben presto Harry scopre che la residenza di Syrius Black è il quartiere generale dell’Ordine della Fenice, un’organizzazione capeggiata da Albus Silente per contrastare lord Voldemort e i suoi Mangiamorte. Nemmeno il ritorno a Hogwarts serve a tranquillizzare Harry. Anzi. Qui è arrivata Dolores Umbridge, inviata dal Ministero per controllare la scuola e impedire che qualcuno ammetta l’esistenza di Lord Voldemort. Harry così vive la sua condizione peggiore, quella del bugiardo. Deve ingaggiare una dura battaglia per riconquistare la fiducia di Ron, di Hermione, di tutti gli altri e coinvolgerli nella lotta contro il nuovo attacco di lord Voldemort. Questo è a grandi linee ciò che succede. C’è molto di più, nei mille personaggi di contorno, nell’intrecciarsi di rivalità, vendette, rivalse. Il timbro «nero» resta prevalente, e non mancano spruzzate di qualche mostro horror. Se questo un po’ dispiace, perché taglia l’aspetto leggero e luminoso della favola, va detto che la simbologia resta forte e l’impianto allegorico robusto. Il perno centrale è la crescita del protagonista. L’undicenne dell’inizio è il diciottenne di oggi, può baciare una ragazza, soffre ancora la perdita dei genitori e non accetta di passare per un bugiardo. In un clima segnato da decise impronte di una cultura anglosassone poeticamente fredda e rigorosa, Harry si confonde con l’attore che da 7 anni lo interpreta e con gli spettatori che in tutto il mondo sono cresciuti con lui.

16 luglio 2007

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