Videogiochi violenti, la libertà e l’America

di Elisa Manna

La nota e discussa decisione presa dalla Corte Suprema degli Stati Uniti a proposito dei videogiochi violenti lascia perplessi, anzi sgomenti per più di un motivo. La vicenda è conosciuta: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha bocciato la legge che la California aveva varato per proteggere i più piccini dalla violenza dei videogiochi.

È il tipo di argomentazione, al di là della scelta in sé, che lascia disorientati. Dice la Corte, anche i bambini hanno diritto a usufruire di quel primo Emendamento con cui la Costituzione americana ribadisce la libertà d’espressione. Stuoli di psicologi e di sociologi dell’età evolutiva potrebbero testimoniare che ai bambini viene continuamente in mente di “esprimersi” nei modi più pericolosi: per esempio, giocando con gli accendini e i fiammiferi per bearsi della luce del fuoco. Ma, come ogni genitore sa, è bene vigilare sulla voglia di esprimersi dei bambini per proibirgli quelle modalità d’espressione che per lui sono pericolose.

Secondo concetto inquietante: nella sentenza americana vengono equiparate le favole con streghe e orchi ai videogiochi violenti in cui, come giustamente evidenzia la legge californiana in questione, «c’è la possibilità per il giocatore di uccidere, mutilare, smembrare e stuprare l’immagine di un essere umano». Non mi sembra proprio che le favole comprendano questo campionario, e inoltre nelle favole non è il bambino che agisce il male. Se non bastasse, le favole contengono diversi piani di mediazione simbolica,completamente assenti nei videogiochi di oggi.

Last but not least, esiste già una nutrita letteratura scientifica che dimostra la pericolosità dei videogiochi violenti. E allora? Di quale libertà si sta parlando? Forse quella di mercato?

30 giugno 2011

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