Il sacerdote che costruiva ponti verso l’Oriente
A sei anni dal suo martirio, don Andrea Santoro è stato il primo dei testimoni della fede raccontati nel sussidio Caritas per l’Avvento. E gli scritti di un suo diario sono diventati un libro illustrato da suor Mariarosa Guerrini di Lorena Leonardi
«Missione è esilio, missione è lasciare Gerusalemme per ritornarvi alla fine, missione è portare altrove la gloria di Dio perché il mondo “glorificato” possa nascere e ritrovarsi tutto nell’unica Gerusalemme. Missione è trapassare per un ritorno finale». Così scriveva don Andrea Santoro nel diario «dalla copertina marrone» dove raccolse impressioni e riflessioni del viaggio in Medio Oriente del 1980 cui sempre faceva riferimento quando gli veniva chiesto perché avesse scelto, nel 2000, di partire per la Turchia. Dove, il 5 febbraio del 2006, ha trovato la morte nella sua parrocchia di Santa Maria a Trabzon con un proiettile che, uccidendolo, ha perforato anche la Bibbia con la quale stava pregando. Don Andrea è stato ricordato venerdì 30 novembre, in occasione della festa dell’apostolo, a Santa Croce in Gerusalemme con una celebrazione eucaristica presieduta da monsignor Giuseppe Mani, vescovo ausiliare emerito di Cagliari e sua guida spirituale ai tempi del Seminario.
La testimonianza di fede di don Andrea è stata rievocata domenica 2, prima di Avvento, nella mensa Giovanni Paolo II di Colle Oppio (via delle Sette Sale 30) da monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana, e da Loredana Palmieri dell’associazione «Finestra per il Medio Oriente» nel corso di uno degli appuntamenti organizzati dalla Caritas per il tempo di Avvento. «A Roma lo conoscevano tutti», racconta la sorella, Maddalena Santoro, che si occupa delle attività dell’associazione a lui dedicata (sito internet: www.donandreasantoro.it).
Tra le iniziative promosse di recente, la pubblicazione di un volumetto nel quale i disegni di suor Mariarosa Guerrini illustrano stralci del diario di Terra Santa che don Andrea ha scritto tra il 1980 e il 1981. «Era aperto, accogliente – prosegue – orientato a dare Cristo alla gente, generoso e testardo. Nel senso di costante, fedele. Aveva capito cosa gli chiedeva il Signore e non tradiva la sua vocazione». Che traduceva nell’impegno al servizio degli altri. Una tendenza che manifestava fin da bambino, «quando tornava affamato da scuola perché aveva regalato la sua merenda ai compagni che non ce l’avevano». Poi, da adulto, il «desiderio impellente di silenzio, di preghiera, di contatto con la parola di Dio nei luoghi dove Gesù era passato», che lo portò fino in Turchia.
A Trabzon (Trebisonda), in modo particolare, «continuò ad occuparsi degli ultimi e si impegnò a promuovere il dialogo. Non in senso intellettuale – sottolinea – ma come presenza, accoglienza e ascolto dell’altro». Quella di don Andrea «è la storia di un prete romano che nel suo percorso ha imboccato le strade dell’Oriente e ne è rimasto affascinato. Fino a testimoniare la sua vita di cristiano e prete col martirio», spiega don Angelo Romano, rettore della basilica di San Bartolomeo all’Isola, dove, nel memoriale dei Nuovi martiri del XX e XXI secolo, sono conservati alcuni oggetti che gli appartenevano. «Abbiamo la stola, la patena e il calice sul quale si trova una croce d’oro che don Andrea ha fatto realizzare sciogliendo le fedi dei suoi genitori», sottolinea. «Moltissima gente – conclude – viene in basilica per pregare davanti agli oggetti del sacerdote che costruiva ponti verso l’Oriente».
5 dicembre 2012