Aborto in day hospital con la Ru486, solitudine che si aggiunge a solitudine

La Regione Lazio approva una delibera che svincola dal regime di ricovero l’interruzione farmacologica della gravidanza. Forum famiglie: «Scelta irresponsabile». Giuseppe Noia: «Cecità culturale» di Federica Cifelli

«Sostenere le donne in un momento così delicato con procedure più semplici, puntando su prevenzione, assistenza e tutela della salute». Dalla Regione Lazio spiegano così la delibera approvata ieri pomeriggio, martedì 25 marzo, che amplia le modalità per l’interruzione volontaria della gravidanza negli ospedali del Lazio mediante la somministrazione della pillola Ru486, la cosiddetta “pillola abortiva”. Se infatti fino ad oggi l’aborto farmacologica con la pillola Ru 486 si poteva effettuare solo in regime di ricovero ordinario della durata di tre giorni, il provvedimento adottato dalla giunta Zingaretti dà il via libera al day hospital per le donne che chiederanno l’interruzione di gravidanza per via farmacologica, lasciando al medico curante la possibilità di decidere se estendere o meno la durata del ricovero, sulla base del quadro clinico.

Tre gli step previsti per il trattamento in day hospital: l’accesso e la preospedalizzazione, quindi il controllo degli esami e la somministrazione del farmaco, infine i controlli clinici. Entro 21 giorni dalla prima somministrazione del farmaco deve avvenire infine la visita ambulatoriale finale. La Ru486, dichiarano da via della Pisana, «rappresenta una soluzione meno invasiva rispetto all’intervento chirurgico. Per questo motivo è stato opportuno operare un cambiamento della normativa in atto nel Lazio e che spesso creava non pochi ostacoli alle donne che intendono interrompere la gravidanza».

Diverso il parere del Forum famiglie, che parla di «scelta irresponsabile». Per la presidente delle associazioni del Lazio Emma Ciccarelli «è grave quanto deliberato dalla giunta Zingaretti: si continua a liquidare una pratica abortiva pericolosa per la salute della donna, nel più breve tempo possibile». La Ru486 è «in tutto e per tutto un aborto chimico. Non è come andare a rimuovere un neo: ci sono grossi risvolti psicologici oltre che di salute. Si tratta di decidere della vita di un’altra persona che è stata concepita. E su questa opzione si continua a fornire un’informazione parziale e tendenziosa».

Da parte loro, le associazioni rappresentate dal Forum famiglie Lazio citano i dati rilevati dal lavoro di ascolto nei consultori, che confermano come la scelta di abortire sia dettata, «nel 90% dei casi», da disagi economici e sociali. «Lavoriamo per rimuovere queste cause – conclude Ciccarelli – e non utilizziamo pratiche mediche sbrigative. Non si possono abbattere i costi della sanità a scapito della salute delle donne».

Per Alberto Gambino, ordinario di Diritto privato e direttore del dipartimento di Scienze umane dell’Università Europea di Roma, «si fa grande confusione». Il motivo: la legge 194 non prevede espressamente il ricovero ordinario ma parla di ricovero fino all’interruzione della gravidanza, «in quanto con l’aborto chirurgico il momento dell’interruzione e quello dell’asportazione del feto coincidono». Secondo Gambino però «è fuorviante far intendere che la Ru 486 potrebbe essere somministrata in ospedale e poi la donna possa uscire ed espellere l’embrione – feto nel bagno di casa, in totale solitudine». “Normalizzando” in qualche modo, «cioè rendendo una pratica “fai da te”», l’aborto farmacologico, sulla spinta dell’interesse a «diminuire i costi della procedura abortiva, riducendo i giorni di ricovero». Tutto questo «con evidenti rischi per la donna, che, una volta uscita, nella fase dell’espulsione dell’embrione – feto, potrebbe incorrere in gravi e talvolta fatali emorragie».

In sintesi, «la Ru486 non può essere somministrata in day hospital». È d’accordo anche Giuseppe Noia, capo equipe di ginecologia del Policlinico Gemelli, oltre che responsabile del centro Diagnosi e Terapia Fetale dello stesso ospedale. «Questo approccio all’interruzione della gravidanza non tiene conto di un aspetto apparentemente tanto importante nella cultura attuale ma in realtà poco considerato: quello psicologico. Si vuole ammantare di naturalezza l’aborto, nasconde così tutto il significato di questa unione tra figlio e madre». In realtà, osserva Noia, l’aborto farmacologico «non è naturale, non è facile, non è indolore, e dà complicazioni. È figlio di una cultura che non vuole vedere la simbiosi figlio – madre, che invece inizia da subito, fin dai primi giorni prima dell’impianto. Non si vuol vedere che significa perdere il proprio figlio da sole, magari in un water a casa». Tutto questo, conclude, «non è di aiuto alla donna: si aggiunge solitudine a solitudine, mettendo sotto silenzio l’evidenzia scientifica per cui se una donna perde un embrione anche nei primi stadi perde un “figlio”. La percezione che ne ha non è in funzione della grandezza, e l’elaborazione di questo lutto non dura poco: vuol dire che quel rapporto già era iniziato, già era forte». Non si tratta, ci tiene a precisare, di una valutazione ideologica. «È una considerazione assolutamente scientifica, con riferimento sia all’aspetto fisico che psicologico, entrambi ignorati in questo tentativo di modernizzazione e naturalizzazione dell’aborto». Senza contare il fatto che «nell’aborto chirurgico le donne non “presiedono” alla fase di espulsione del feto, mentre in questo caso sono loro stesse a seguire l’agonia del proprio figlio. Siamo davanti a una cecità culturale che produce comportamenti antiscientifici oltre che antiumani».

26 marzo 2014

Potrebbe piacerti anche