Aldo Morrone
Dalla voce di uno dei protagonisti, il racconto della nascita della medicina transculturale in Italia. E del suo stato di salute di Francesco Lalli
I fenomeni migratori degli ultimi anni hanno imposto una maggiore attenzione alle patologie che possono portare o di cui possono soffrire gli stranieri arrivando nel nostro paese. Una problematica divenuta centrale nella ricerca del professor Aldo Morrone fin da quando iniziò a lavorare presso l’Istituto scientifico in dermatologia e venereologia dell’ospedale S. Gallicano di Roma dove, dal 2000, è direttore della struttura di medicina preventiva delle migrazioni, del turismo e di dermatologia tropicale. Direttore del corso internazionale di medicina transculturale dal 1993, è anche socio fondatore del direttivo nazionale della Società italiana di medicina delle migrazioni e consulente dell’Ufficio europeo per gli investimenti per la salute e lo sviluppo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Autore di circa 400 articoli scientifici, oltre che di una decina di libri dedicati alle infezioni da Hiv e all’Aids, a Romasette.it racconta di una realtà poco conosciuta nel nostro paese.
Professor Morrone, come nasce la medicina transculturale in Italia?
Quando vent’anni fa cominciò il fenomeno immigratorio massiccio, capimmo che occorreva acquisire competenze e professionalità diverse da quelle che avevamo appreso nelle aule universitarie. C’era una domanda di salute che prima non era stata mai affrontata e l’Italia non partiva alla pari di nazioni come Francia e Inghilterra, che già avevano vissuto l’arrivo delle persone provenienti dalle loro ex colonie. Qui da noi c’erano solo gli studi, con un carattere prevalentemente psicologico, sul fenomeno dell’immigrazione interna dal sud al nord, e sull’inurbazione nel triangolo industriale di migliaia di operai che giungevano dal meridione.
Quale fu la molla che spinse a moltiplicare le ricerche sulle eventuali patologie, la paura delle malattie che potevano essere per così dire “importate” o quelle che potevano essere contratte dagli immigrati una volta arrivati?
Inizialmente vi fu quella che chiamavamo “La sindrome di Salgari” ovvero il timore che i fenomeni migratori potessero essere vettori di malattie tropicali. Ben presto però ci accorgemmo che nella gran parte dei casi si trattava di affezioni legate alla povertà e all’emarginazione. In seguito ci ponemmo il problema inverso, delle malattie che potevano essere pericolose per loro. Una ricerca difficile visto che raramente e solo in casi gravi queste persone si rivolgevano alle strutture pubbliche. Si trattava comunque della cosiddetta “prima generazione” d’immigrati. Senza dubbio più forte perché la famiglia e l’intera comunità di provenienza investiva su di loro e sulla loro salute per mandarli a lavorare all’estero. Oggi con un’immigrazione indiscriminata e gestita in gran parte da organizzazioni criminali, nelle situazioni che conosciamo, le condizioni in cui arrivano sono peggiori e le patologie a cui vanno in contro più nascoste e pericolose.
I più esposti credo siano donne e bambini.
Non solo, ma certo si tratta di categorie a rischio. Pensi che il 25% delle interruzioni di gravidanza in Italia sono compiute da donne immigrate. Questo significa che i servizi non riescono ad offrire ancora un’alternativa possibile. E poi c’è il fenomeno dei tumori genitali, spesso non diagnosticati in tempo a causa della cultura di provenienza, assai arretrata sotto l’aspetto dell’approccio al corpo femminile e alla salute della donna. Per quanto riguarda i bambini e il dramma della mortalità perinatale la situazione sta migliorando in modo sensibile. Il nostro modello socio sanitario, comunque, è di grande eccellenza su entrambi i fronti rispetto a realtà come Usa, Francia e Germania.
Cosa potrebbe migliorare ancora di più la situazione?
La possibilità per l’immigrato, anche irregolare, di avere un medico di famiglia
E per quanto riguarda l’Hiv e l’Aids?
C’è un aumento dell’infezione Hiv così come della malattia conclamata, ma questo non significa che ci sia un numero maggiore di contagi. Semplicemente giunge più gente ammalata per accedere alla terapia libera e gratuita che il nostro paese offre.
Quali sono le iniziative che vengono portate avanti dall’Istituto internazionale di Scienze mediche, antropologiche e sociali ?
Siamo attivi in India, Eritrea, Etiopia, Perù, Brasile e Cambogia. Principalmente cerchiamo di esportare conoscenza medica di base attraverso le cosiddette “comunity healt workers”, composte in genere da contadini lavoratori e concentrate nel villaggio. Quest’ultimo individua una figura di leadership a cui viene pagato un corso di formazione. Inoltre, abbiamo dimostrato che si può fare screaning e diagnosi preventiva con una soglia molto alta di salute e costi assai ridotti. Ad esempio, individuando tubercolosi ed epatite con analisi di base, o diagnosticando forme tumorali utilizzando una semplice lente d’ingrandimento per l’osservazione dell’epidermide. Diminuendo le malattie, poi, si consente alle persone di produrre di più e di essere più indipendenti nel proprio contesto originario.
Ma non è che mentre forniamo questi modelli di diagnosi altrove rischiamo di dimenticarceli qui da noi?
Certo è che moltissime persone si rivolgono al medico per essere visitate e si ritrovano con in mano un foglietto di analisi. Questo aumenta i costi e peggiora la qualità dell’assistenza sanitaria. Dedicare più tempo a ciascun paziente è fondamentale.
21 giugno 2006